Amianto nei rifiuti: come riconoscerlo e valutarlo correttamente

fonte:www.puntosicuro.it
L’amiantoutilizzato in passato, per la sua resistenza al fuoco, al calore e all’azione di agenti chimici e biologici, per la costruzione di diversi prodotti – è una sostanza cancerogena il cui utilizzo è stato vietato in molti paesi. Ad esempio nel 1990 in Svizzera e nel 1992, con la Legge n. 257 del 27 marzo 1992, in Italia.
Tuttavia, come ricordato in una recente intervista di PuntoSicuro, che stimava la sua presenza nell’80% delle attività edilizie di ristrutturazione e demolizione, è possibile trovare ancora oggi materiali che lo contengono. Si tratta spesso di materiali posati in opera prima che entrassero in vigore le norme sul divieto dell’amianto e che possono venire alla luce durante diversi lavori edili.
E un comparto a rischio per l’inalazione di fibre di amianto, disperse nell’aria durante la presa in consegna e il trattamento di questo materiale, è sicuramente anche quello delle imprese di riciclaggio e smaltimento.

Rischio: AMIANTO – La valutazione di tutti i rischi specifici in un unico software interfacciabile Suva – istituto svizzero per l’assicurazione e la prevenzione degli infortuni – ha pubblicato sul proprio sito diversi documenti che, pur facendo riferimento alla legislazione elvetica, contengono utili indicazioni sulle modalità di riconoscimento e valutazione dell’amianto.

Ed in particolare nel 2015 ha prodotto proprio un opuscolo dedicato ai centri di raccolta e alle imprese di riciclaggio e smaltimento.

L’opuscolo “Amianto: riconoscerlo, valutarlo e intervenire correttamente. Informazioni utili per le imprese di riciclaggio”, nato dalla collaborazione di Suva con le associazioni VSMR, ADSR, Swico e la Fondazione SENS eRecycling, riguarda il ricevimento e il trattamento di rifiuti e materiali di scarto nell’area aziendale delle imprese di riciclaggio o dei centri di raccolta.

E indica:

– “in quali casi durante il trattamento dei rifiuti può avvenire un contatto pericoloso con le fibre di amianto;

– quali misure di protezione bisogna adottare;

– quando ci si deve rivolgere a una ditta specializzata in bonifiche da amianto”, chiaramente con riferimento alla normativa elvetica.

L’opuscolo “riguarda unicamente l’esposizione alle polveri di amianto”. Infatti nel settore del riciclaggio la “riduzione dell’esposizione totale alle polveri rappresenta tuttavia un compito arduo. Dato che oltre all’amianto le polveri possono contenere anche altre sostanze nocive, bisogna adottare misure generali al fine di ridurre tale esposizione”.

Come in altri documenti di Suva, l’opuscolo spiega innanzitutto cosa sia l’amianto, i suoi effetti sulla salute (a causa della loro lunga permanenza negli alveoli polmonari, le fibre di amianto possono “provocare diverse malattie, tra cui l’asbestosi, il carcinoma polmonare o il mesotelioma pleurico maligno”). E indica quali rifiuti e materiali di scarto normalmente non contengono amianto (vetro usato, carta e cartone, PET, batterie, latta bianca e alluminio, scarti di produzione, …) e quali rifiuti e materiali di scarto possono invece contenerlo e devono, dunque essere trattati adottando particolari misure precauzionali (rottami metallici, scarti di legno, rifiuti edili, apparecchi e quadri elettrici, autoveicoli, impianti tecnici, …).

Si ricorda poi che si possono avere:

prodotti contenenti amianto fortemente agglomerato (matrice compatta): le fibre di amianto “sono fortemente legate in una matrice solida e stabile. Alcuni esempi: prodotti in fibrocemento (amianto in cemento) come pannelli piccoli e grandi su facciate, lastre ondulate, pavimenti galleggianti, canaline per cavi, condotte e canalizzazioni, fioriere; amianto nei rivestimenti in particolare rivestimenti fonoisolanti e anticorrosivi (guaine catramate e bituminose); amianto nelle guarnizioni di gomma (chiamate anche guarnizioni it)”.  Il tenore di amianto di regola è inferiore al 20% in peso;

prodotti contenenti amianto debolmente agglomerato (matrice friabile): le fibre di amianto “sono libere o debolmente legate in una matrice. Alcuni esempi: isolamenti e guarnizioni di impianti tecnici (ad esempio in apparecchi elettrici e quadri elettrici vecchi); isolamenti di tubi e condotte; sbarramenti antincendio; pannelli leggeri o cartoni di amianto; pannelli per soffitti; amianto spruzzato”. Il tenore di amianto è di regola superiore al 40% in peso.

prodotti contenenti fibre di amianto pure: le fibre allo stato puro si possono trovare, “ad esempio in forma tessuta (trecce, corde, cuscini) oppure sotto forma di cartoni”. Il tenore di amianto è del 100 % in peso.

Rimandando alla normativa italiana per il trattamento specifico dei materiali contenenti amianto, ricordiamo che il documento di Suva indica che “le operazioni di scarico e stoccaggio dei rifiuti nonché lo smistamento e il trasporto manuali o meccanici comportano sempre un’esposizione alle polveri”. E per ridurre questo rischio, “bisogna adottare misure tecniche e organizzative generali (evitare tutti i lavori che generano polvere, aspirare le polveri alla fonte, inumidire i materiali, confinare correttamente la zona di lavoro), soprattutto se si devono manipolare materiali contenenti amianto”.

Il documento si sofferma poi sul riconoscimento dell’amianto e sulle misure di sicurezza relative, con il supporto di diverse immagini esplicative, in relazione a diversi materiali con cui può avere a che fare un centro di raccolta, riciclaggio e smaltimento:

– Lastre per tetti, tubi di canalizzazione, canalette e fioriere – Fibrocemento;

– Pannelli leggeri e pannelli per soffitti – Coperture, elementi costruttivi, soffitti fonoassorbenti;

– Quadri elettrici, interruttori e accessori elettrici – Pannelli in fibrocemento/pannelli leggeri;

– Apparecchi elettrici come fornelli, lavatrici e forni ad accumulo – Pannelli e nastri isolanti in amianto;

– Isolamento di impianti tecnici come boiler, caldaie, cisterne – Materiale di riempimento contenente amianto, tappetini di amianto, rivestimenti di amianto termoisolanti;

– Isolamento di tubi e condotte – Malte e impasti di gesso contenenti amianto;

– Guarnizioni su impianti tecnici come impianti di riscaldamento, caldaie, pompe – Cordoni di amianto;

– Guarnizioni su impianti tecnici come impianti di riscaldamento, pompe, condotte – Guarnizioni per flange;

– Colori e vernici, rivestimenti – Colori e vernici contenenti amianto, rivestimenti;

– Finestre in legno – Stucco per finestre contenente amianto;

– Kit frizione, freni a tamburo e piastre inutilizzate di freni a disco – Materiale contenente amianto.

Riportiamo, a titolo esemplificativo, alcune delle indicazioni relative al trattamento dei pannelli leggeri e pannelli per soffitti:

– “attività generali: non intervenire sui pannelli contenenti amianto (ad esempio non smontare, non frantumare o non tagliare);

separazione dei pannelli contenenti amianto dal resto (scossoni o vibrazioni, movimenti abrasivi o sfregamenti possono provocare il rilascio di fibre): garantire un sufficiente ricambio d’aria (ventilazione naturale o artificiale); usare una maschera antipolvere  FFP3 e una tuta di protezione monouso di categoria 3 tipo 5/6; evitare scossoni, vibrazioni e sfregamenti, non danneggiare o non gettare i materiali;

smaltimento: imballare ermeticamente i pannelli per non consentire il rilascio di fibre, contrassegnarli e smaltirli a regola d’arte”;

pulizia del luogo di lavoro: non pulire a secco; pulire il pavimento a umido e/o con un aspiratore industriale; eliminare le maschere antipolvere, le tute di protezione e i sacchetti dell’aspiratore.

Chiaramente poi il documento di Suva indica che alcuni lavori, come lo smontaggio dalle altre parti o le lavorazioni di pannelli contenenti amianto “devono essere svolti esclusivamente da ditte specializzate in bonifiche da amianto” secondo la normativa elvetica.

Concludiamo rimandando alla lettura dei molti articoli di PuntoSicuro che in questi anni hanno affrontato il trattamento e le bonifiche dei materiali contenenti amianto secondo la normativa italiana.

N.B.: I riferimenti legislativi contenuti nei documenti di Suva riguardano la realtà svizzera, i suggerimenti indicati possono essere comunque di utilità per tutti i lavoratori.

Suva, “ Amianto: riconoscerlo, valutarlo e intervenire correttamente. Informazioni utili per le imprese di riciclaggio” (formato PDF, 905 kB).

Rilevare i mancati incidenti per migliorare la prevenzione dei rischi

fonte:www.puntosicuro.it

n principio furono Heinrich e Bird, che con i loro studi misero in evidenza come per ogni incidente rilevante, in grado di comportare anche la morte di un lavoratore, fosse possibile identificare all’incirca dai 30 ai 60 incidenti con lesioni reversibili e dai 300 ai 600 Near Miss. Chi si occupa di sicurezza conosce bene l’importanza di rilevare i cosiddetti Near Miss al fine di controllare il rischio di incidente ma, molto spesso, all’interno delle Organizzazioni si sottovaluta o non sono ancora maturi i tempi per un approccio preventivo di questo genere. A mio avviso, l’“autentica” valutazione dei rischi dovrebbe partire proprio da una rilevazione sistematica e puntuale proprio dei mancati incidenti.

A livello terminologico, la definizione più diffusa sottolinea come il Near Miss o mancato incidente sia un qualsiasi evento, correlato al lavoro, che avrebbe potuto causare un infortunio o danno alla salute (malattia) o morte, ma solo per puro caso non lo ha fatto; in sostanza, un evento che aveva in sé la potenzialità di produrre un infortunio, ma ciò non è avvenuto solo per una mera questione di fortuna. Lasciando momentaneamente da parte la comprensibile diatriba che si pone nel momento in cui ci si rende conto che la traduzione italiana di questo termine anglosassone non aiuta nella comprensione del fenomeno (il Near Miss, per quanto non comporti danni alla componente umana, è pur sempre una forma di incidente e non un incidente mancato), è bene sottolineare come facciano parte di questa categoria anche quegli incidenti che restano fuori dall’obbligo legislativo di registrazione, ovvero quei lievi eventi infortunistici che non portano a significativi giorni di assenza di lavoro.

Dove rintracciare i cenni dell’importanza di una corretta presa in carico dei Near Miss e ancor prima di una loro effettiva considerazione? A livello normativo, i riferimenti esistono nonostante non sussista un vero e proprio obbligo relativamente alla registrazione di questi eventi. Nel Testo Unico oggi vigente, per esempio, si richiede espressamente la “riduzione dei rischi alla fonte”. I quasi incidenti rappresentano a tutti gli effetti l’“embrione” di un infortunio ed evidenziano senza dubbio un rischio: noto o nuovo, che comunque richiede un intervento.

Nel Decreto del 9 Agosto 2000, “Linee guida per l’attuazione del sistema di gestione della sicurezza” previsto dal D.Lgs. n. 334/1999, agli Art. 7 punto 4 e art. 11 punto 2, lettera a) si prevede espressamente che l’aggiornamento del sistema di gestione ed il controllo delle sue prestazioni siano da condurre anche con l’utilizzo dell’esperienza derivante dall’analisi dei quasi incidenti.

Relativamente al concetto di Near Miss, per citare un esempio concreto, se un lavoratore si accorge che un collega sta lavorando in altezza abbandonando una strumentazione su di un piano senza alcuna barriera per l’eventuale caduta dell’attrezzo, potrà segnalare la situazione come potenziale rischio (D.Lgs. n. 81/2008 art. 20, comma 2 lettera e). Se la strumentazione disgraziatamente cade e “per fortuna” non colpisce nessuno, questo diventa un evento che poteva avere conseguenze anche molto gravi e pertanto assume la connotazione di Near Miss.

Lo studio degli “incidenti mancati” ha quindi la potenzialità di fornire informazioni di rilievo sulla natura del rischio lavorativo: gli stessi lavoratori dovrebbero essere in grado di descrivere i fatti anomali che non hanno procurato danni fisici alle persone o di collegare un evento infortunistico a episodi simili senza lesione. In tutto questo l’esperienza del lavoratore è elemento molto importante nel completamento coerente dell’analisi dei rischi lavorativi. E’ altamente probabile che, almeno una volta nella vita lavorativa, sia capitato a tutti di trovarsi di fronte ad una situazione dove si è arrivati a pensare: “Fortunatamente non mi sono fatto nulla, ma poteva succedere che…”. Questa frase è chiaro segnale dell’esperienza di una situazione potenzialmente infortunistica che, per fortuna, non ha generato danno alle persone.

È palese come questa situazione debba essere immediatamente segnalata, al fine di ricercarne le soluzioni applicative nel più breve tempo possibile. Per fare questo è fondamentale, in primis, che il personale sia pienamente consapevole di cosa siano i Near Miss e che la gestione di questi ultimi (segnalazione, analisi e presa in carico) sia un fattore determinante per la sicurezza e la tutela della salute all’interno dell’azienda, tanto da considerarlo come un’opportunità di miglioramento, di apprendimento e di crescita, fondamentali per il successo dell’azienda.

Il problema è che nel nostro Paese, ancora troppo frequentemente, dalla mia esperienza, questa modalità di azione così illuminata (per quanto, di fondo, non vi sia nulla di così complesso) coincide con l’individuazione di un “colpevole” rispetto ad una situazione rischiosa verificatasi. L’obiettivo, invece, non è assolutamente quello di stabilire di chi è la colpa, bensì di ripensare il rischio per la sicurezza e introdurre nuove modalità per evitare che certi eventi si verifichino agendo quindi “alla fonte” di un potenziale incidente e/o infortunio; non ultimo, anche per stabilire, eventualmente, nuove esigenze di formazione per le risorse aziendali.

Serve quindi che l’organizzazione che intenda implementare una modalità di raccolta strutturata dei “quasi incidenti” prepari adeguatamente il terreno e riesca ad abbattere la “cultura della colpa” per far si che il Near Miss Reporting System possa realmente diventare un valore aggiunto nella prevenzione dei rischi, in modo tale che si possa apprendere dagli errori ed evitare che questi si ripetano in futuro.

La segnalazione di un Near Miss, in conclusione, dovrebbe aiutare a stabilire e rafforzare le pratiche di sicurezza sul posto di lavoro e le informazioni raccolte dovrebbero consentire l’individuazione di azioni correttive alle criticità; ha la potenzialità, infine, di permettere il coinvolgimento dei lavoratori nel processo di sicurezza e di dimostrare l’impegno del Management nei confronti della tematica.

Massimo Servadio

Psicologo del Lavoro e delle Organizzazioni

 

IL RISCHIO DA TEMPERATURE ELEVATE NEI CANTIERI EDILI

Attività lavorative e intensa attività fisica all’aperto
Diverse tipologie di lavoratori possono essere esposte, per la loro occupazione, a temperature ambientali elevate ed essere quindi maggiormente a rischio di sviluppare disturbi associati al caldo, in particolare se viene svolta una attività fisica intensa all’aperto (edilizia, cantieristica stradale, agricoltura, etc.).
Pertanto, i gruppi professionali a rischio devono essere informati sulle possibili misure da adottare per prevenire gli effetti negativi dell’esposizione al caldo e su come riconoscere i segni e i sintomi dello stress termico e del colpo di calore.
Oltre alla presenza di specifiche condizioni e patologie croniche (es: obesità, malattie cardiovascolari, diabete, BPCO), diversi fattori sia di tipo ambientale che legati a comportamenti individuali, possono interagire nel determinare una situazione di stress dovuta al caldo:
•temperatura dell’aria
•umidità,
•ventilazione,
•tipo di abbigliamento,
•livello di attività fisica.
La prevenzione nei luoghi di lavoro riveste quindi una grande importanza per ridurre il rischio di danni alla salute dei lavoratori dovuti all’eccessiva esposizione alle alte temperature.

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Usl Toscana - Linee G...

Cantieri in sicurezza: come gestire le emergenze nei cantieri edili

Fonte: www.puntosicuro.it

Un documento Inail sulla progettazione della sicurezza si sofferma sulla gestione delle emergenze in caso di primo soccorso, lotta antincendio e evacuazione dei lavoratori. Gli obblighi normativi, la prevenzione incendi e il primo soccorso in cantiere.

Roma, 10 Mag – Tra le necessarie misure generali di tutela nei luoghi di lavoro (art. 15) – riportate nel Titolo I, Capo III (Gestione della prevenzione nei luoghi di lavoro) del D.Lgs. 81/2008 – alla lettera u) sono indicate ‘le misure di emergenza da attuare in caso di primo soccorso, di lotta antincendio, di evacuazione dei lavoratori e di pericolo grave e immediato’.
Come applicare questa tipologia di misure in cantiere?
Per dare una riposta a questa domanda torniamo a presentare i contenuti del documento Inail “La progettazione della sicurezza nel cantiere”, elaborato dal Dipartimento Innovazioni Tecnologiche e Sicurezza degli Impianti, Prodotti ed Insediamenti Antropici e a cura di Raffaele Sabatino e Antonio Di Muro. Un documento che non solo fornisce una guida all’applicazione della normativa vigente sui cantieri, ma propone anche una metodologia per la redazione dei piani di sicurezza nei cantieri incentrata su un’attenta valutazione dei rischi.
Nel capitolo dedicato alle misure antincendio e di primo soccorso il documento ricorda che con il termine “emergenza” si definisce una “situazione anomala, rispetto alle normali condizioni lavorative, dalla quale possono derivare, o siano già derivate, incidenti o infortuni”.
E lo stesso D.Lgs. 81/2008 (Testo Unico) definisce alla Sezione VI (Gestione delle emergenze) del Titolo I, le disposizioni generali alle quali deve adempiere il datore di lavoro:
Articolo 43 – Disposizioni generali
1. Ai fini degli adempimenti di cui all’articolo 18, comma 1, lettera t), il datore di lavoro:
a) organizza i necessari rapporti con i servizi pubblici competenti in materia di primo soccorso, salvataggio, lotta antincendio e gestione dell’emergenza;
b) designa preventivamente i lavoratori di cui all’articolo 18, comma 1, lettera b);
c) informa tutti i lavoratori che possono essere esposti a un pericolo grave e immediato circa le misure predisposte e i comportamenti da adottare;
d) programma gli interventi, prende i provvedimenti e dà istruzioni affinché i lavoratori, in caso di pericolo grave e immediato che non può essere evitato, possano cessare la loro attività, o mettersi al sicuro, abbandonando immediatamente il luogo di lavoro;
e) adotta i provvedimenti necessari affinché qualsiasi lavoratore, in caso di pericolo grave ed immediato per la propria sicurezza o per quella di altre persone e nell’impossibilità di contattare il competente superiore gerarchico, possa prendere le misure adeguate per evitare le conseguenze di tale pericolo, tenendo conto delle sue conoscenze e dei mezzi tecnici disponibili.
e-bis) garantisce la presenza di mezzi di estinzione idonei alla classe di incendio ed al livello di rischio presenti sul luogo di lavoro, tenendo anche conto delle particolari condizioni in cui possono essere usati. L’obbligo si applica anche agli impianti di estinzione fissi, manuali o automatici, individuati in relazione alla valutazione dei rischi.
Riguardo in particolare alla designazione dei ‘lavoratori incaricati dell’attuazione delle misure di prevenzione incendi e lotta antincendio, di evacuazione dei luoghi di lavoro in caso di pericolo grave e immediato, di salvataggio, di primo soccorso e, comunque, di gestione dell’emergenza’ (art. 18),  i lavoratori designati “non possono, se non per giustificato motivo, rifiutarsi della designazione; altresì debbono essere formati, in numero sufficiente e disporre delle attrezzature adeguate”.
In particolare nei cantieri ove operino contemporaneamente più imprese è “opportuno organizzare e disporre un sistema di gestione delle emergenze concordato con gli enti di soccorso 118 e 115. In tutti i casi è comunque doveroso organizzare i necessari rapporti con i servizi pubblici competenti in materia di pronto soccorso, salvataggio, lotta antincendio e gestione delle emergenze, anche segnalando preventivamente la localizzazione del cantiere in modo che risulti agevole e tempestivo l’intervento dei soccorsi in caso di necessità”.
Riguardo alla prevenzione antincendio il documento indica che tra i molti pericoli generalmente presenti nei cantieri, “quelli originati dal fuoco risultano, spesso, sottovalutati”. E in realtà nel cantiere esistono “diverse lavorazioni la cui esecuzione può determinare un’importante fonte d’innesco; l’uso di fiamme libere, ad esempio, per la messa in opera di guaine impermeabilizzanti, le operazioni di saldatura, gli impianti elettrici, la presenza, più o meno sporadica, di fuochi accesi, incautamente e per i motivi più disparati, dai lavoratori, ecc.”. Inneschi che, se non efficacemente controllati, possono “provocare incendi con conseguenze anche disastrose”.
Si indica poi che nei cantieri, “a causa della specificità del luogo di lavoro e della generale compresenza di più imprese, e i lavoratori autonomi, è possibile che gli obblighi inerenti la gestione delle emergenze, a carico del datore di lavoro, vengano regolati a parte, nell’ambito delle previsioni contrattuali, dirottandoli a carico del committente (art. 104, comma 4 del d.lgs. 81 del 9 aprile 2008 e s.m.i.,). In tali casi si solleva il datore di lavoro dall’obbligo di designazione degli addetti e alla gestione delle emergenze, dovendo il committente stesso provvedere, garantendolo nei contratti d’affidamento dei lavori, all’organizzazione di un apposito servizio antincendio e di gestione delle emergenze”.
E in conseguenza di tale previsione, il Coordinatore in materia di Sicurezza e salute durante la Progettazione dell’opera (CSP) prevede, nell’ambito del Piano di Sicurezza e Coordinamento (PSC), “un sistema di gestione delle emergenze di tipo comune” (così come previsto nell’allegato XV del Testo Unico), “specificando il soggetto (l’appaltatore) che dovrà farsi carico di tale onere, sgravando tutti gli altri soggetti dagli obblighi di cui all’art. 18 c. 1, lett. b), cioè di designazione degli addetti ai compiti speciali e di gestione delle emergenze”. In ogni caso questo sistema di gestione presente nel PSC “risulterà inderogabile per le imprese e i lavoratori autonomi”.
Il documento ricorda poi che negli appalti privati è possibile “contrattualmente porre a carico dell’appaltatore la cura della gestione delle emergenze per conto dei subaffidatari (imprese esecutrici e lavoratori autonomi) e dei fornitori”.
Il documento fornisce poi alcune indicazioni sul piano delle emergenze e sottolinea, specialmente nei cantieri di grandi dimensioni, o che presentino significativi rischi di interferenza tra le imprese, l’importanza della predisposizione di una “specifica procedura operativa da adottare in caso di incendio, che vedrà il coinvolgimento di tutti i lavoratori del cantiere” e che dovrà contenere “almeno i seguenti elementi:
– le azioni che i lavoratori debbono mettere in atto in caso di incendio, suddividendoli in base ai ruoli specifici (per es.: capo cantiere, responsabile e addetto delle emergenze, lavoratore generico);
– le procedure per l’ evacuazione dal luogo di lavoro verso i luoghi sicuri, che debbono essere attuate dai lavoratori e dalle altre persone presenti;
– le disposizioni per chiedere l’intervento dei VV.F. e fornire loro le necessarie informazioni all’arrivo”.
La pubblicazione Inail indica poi che anche il tema del primo soccorso in cantiere è un tema spesso trascurato. E si sottolinea tuttavia che “una corretta gestione del primo soccorso, specialmente in cantieri con luoghi confinati, può risultare decisiva al fine di scongiurare conseguenze molto gravi per la salute dei lavoratori, ove sia in grado di determinare il pronto recupero dell’infortunato”.
Rimandando ad una lettura integrale del documento Inail, che si sofferma anche sulla normativa, concludiamo ricordando che nei cantieri “il datore di lavoro di ogni impresa, sia affidataria che esecutrice, ma non i lavoratori autonomi che resterebbero esclusi dal sistema di gestione”, deve rispettare gli obblighi già citati riguardo alla gestione delle emergenze, “in considerazione dell’attività svolta e della dimensione dell’azienda o dell’unità produttiva”.
Ma è evidente che tale sistema, nato per l’azienda o unità produttiva, “pone diversi problemi applicativi nel cantiere, primo fra tutti, la possibile inefficienza della gestione per carenza di coordinamento tra i soggetti presenti, che spesso si traduce in una molteplicità di sistemi di gestione delle emergenze, presenti spesso solamente in via teorica e, pertanto, del tutto inutili”. La previsione contrattuale che pone a carico dell’appaltatore un sistema di gestione delle emergenze, incluso il primo soccorso, di tipo comune “appare sicuramente più funzionale, essendo garantiti in ogni momento, anche a coloro che ne sarebbero sprovvisti, come i lavoratori autonomi e i fornitori, e quei soggetti strutturalmente meno preparati ad affrontare tali situazioni, come le piccole imprese artigiane”.
INAIL – Dipartimento Innovazioni Tecnologiche e Sicurezza degli Impianti, Prodotti ed Insediamenti Antropici, “ La progettazione della sicurezza nel cantiere”, documento curato da Raffaele Sabatino (INAIL, Dipartimento Innovazioni Tecnologiche) e Antonio Di Muro (Professore a contratto presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, Coordinatore della sicurezza in fase di progettazione ed esecuzione per conto di Enti pubblici e privati), con la collaborazione di Andrea Cordisco e Daniela Gallo, edizione 2015 (formato PDF, 48.38 MB).
Algoritmo cantieri (Formato XLS, 260 kB).

Attrezzature: messa in servizio, controlli e verifiche periodiche

Fonte:www.puntosicuro.it

Un intervento si sofferma sulle verifiche periodiche con particolare riferimento alle attrezzature di sollevamento. La normativa, gli obblighi delle figure coinvolte, la messa in servizio, i controlli e le verifiche periodiche.

Bergamo, 5 Mag – In materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, uno degli argomenti più delicati da affrontare riguarda le verifiche periodiche delle attrezzature di sollevamento. Argomento delicato sia per i rischi correlati all’uso di attrezzature di sollevamento non sicure, sia per la ricchezza e la continua evoluzione della normativa nazionale ed europea.
Per divulgare i contenuti normativi e le modalità di applicazione delle procedure relative alle verifiche periodiche delle attrezzature di sollevamento cose e persone, si è tenuto a Bergamo, il 19 febbraio 2016, uno specifico seminario dal titolo “Verifiche periodiche delle attrezzature di sollevamento cose e persone: regime di controllo e criticità”. Un seminario promosso dal Tavolo Provinciale di Coordinamento Sicurezza in Edilizia costituito, il 16 settembre 2014, tra INAIL Bergamo,  ATS Bergamo, Direzione Territoriale del Lavoro, Università degli Studi di Bergamo, Scuola Edile e CPT di Bergamo, gli Ordini degli architetti e degli ingegneri e i Collegi dei geometri e dei periti industriali della Provincia di Bergamo.
Un intervento al convegno che ha permesso di fare un utile riassunto della normativa in materia di verifiche periodiche è l’intervento “Le attrezzature di sollevamento secondo il D.Lgs 81/08”, a cura dell’Ing. Angelo Romanelli (INAIL UOT di Bergamo).
Il relatore ha innanzitutto ricordato i tre Capi del Titolo III del Decreto legislativo 81/2008, relativi alle attrezzature di lavoro e ai dispositivi di protezione individuale, e si è soffermato in particolare sul Capo I (Uso delle attrezzature di lavoro) e gli articoli (da art. 69 a art. 73) e allegati correlati.
Dopo aver ricordato la vecchia Direttiva Macchine (Direttiva 98/37/CE) e la nuova Direttiva Macchine – la Direttiva 2006/42/CE, recepita in Italia con il Decreto Legislativo 27 gennaio 2010, n. 17 – l’intervento sottolinea che per ogni attrezzatura da lavoro si dovrà distinguere:
la fabbricazione: “il momento storico indicato dal fabbricante dell’attrezzatura in dichiarazione di conformità”;
la commercializzazione:  “il momento storico che stabilisce il passaggio di proprietà tra un fabbricante e un utente che intende utilizzare l’attrezzatura”;
la messa in servizio: “il momento storico di comunicazione da parte dell’utente di uso di una determinata attrezzatura (comunicazione all’INAIL e questa emette la matricola)”.
E vengono fornite due definizioni contenute nel D.Lgs. 17/2010:
immissione sul mercato: prima messa a disposizione, all’interno della Comunità, a titolo oneroso o gratuito, di una macchina o di una quasi-macchina a fini di distribuzione o di utilizzazione;
messa in servizio: primo utilizzo, conforme alla sua destinazione, all’interno della Comunità, di una macchina oggetto del presente decreto legislativo.
Vengono riportate, tra l’altro, anche alcune definizioni tratte dal DPR 459/1996, DPR che, ricordiamo, è stato abrogato proprio dal D.Lgs. 17/2010.
Veniamo ora a quanto richiesto al Datore di Lavoro (Ddl) dall’articolo 71 del Testo Unico in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro (D.Lgs. 81/2008):
Art. 71 – Obblighi del datore di lavoro
(…)
4. Il Datore di lavoro prende le misure necessarie affinché:
a) le attrezzature di lavoro siano:
1) installate ed utilizzate in conformità alle istruzioni d’uso;
2) oggetto di idonea manutenzione al fine di garantire nel tempo la permanenza dei requisiti di sicurezza di cui all’articolo 70 e siano corredate, ove necessario, da apposite istruzioni d’uso e libretto di manutenzione;
(…)
b) siano curati la tenuta e l’aggiornamento del registro di controllo delle attrezzature di lavoro per cui lo stesso è previsto.
(…)
8. Fermo restando quanto stabilito al comma 4 il datore di lavoro provvede affinché:
a) le attrezzature di lavoro la cui sicurezza dipende dalle condizioni di installazione siano sottoposte ad un controllo iniziale (dopo l’installazione e prima di mettere in esercizio) ed a un controllo dopo ogni montaggio in un nuovo cantiere o in una nuova località di impianto, al fine di assicurarne l’installazione corretta e il buon funzionamento;
b) le attrezzature soggette ad influssi che possono provocare deterioramenti suscettibili di dare origine a situazioni pericolose devono essere sottoposte:
1) ad interventi di controllo periodici, secondo frequenze stabilite in base alle indicazioni fornite dai fabbricanti, ovvero dalle norme di buona tecnica, o in assenza di queste ultime, desumibili dai codici di buona prassi;
2) ad interventi di controllo straordinari al fine di garantire il mantenimento di buone condizioni di sicurezza, ogni volta che intervengano eventi eccezionali che possano avere conseguenze pregiudizievoli per la sicurezza delle attrezzature di lavoro, quali riparazioni trasformazioni, incidenti, fenomeni naturali o periodi prolungati di inattività.
c) Gli interventi di controllo di cui ai lettere a) e b) sono volti ad assicurare il buono stato di conservazione e l’efficienza a fini di sicurezza delle attrezzature di lavoro e devono essere effettuati da persona competente.
(…)
11. Oltre a quanto previsto dal comma 8, il datore di lavoro sottopone le attrezzature di lavoro riportate nell’ALLEGATO VII a verifiche periodiche volte a valutarne l’effettivo stato di conservazione e di efficienza ai fini di sicurezza, con la frequenza indicata nel medesimo ALLEGATO. Per la prima verifica il datore di lavoro si avvale dell’INAIL, che vi provvede nel termine di quarantacinque giorni dalla richiesta. Una volta decorso inutilmente il termine di quarantacinque giorni sopra indicato, il datore di lavoro può avvalersi, a propria scelta, di altri soggetti pubblici o privati abilitati secondo le modalità di cui al comma 13. Le successive verifiche sono effettuate su libera scelta del datore di lavoro dalle ASL o, ove ciò sia previsto con legge regionale, dall’ARPA, o da soggetti pubblici o privati abilitati che vi provvedono secondo le modalità di cui al comma 13. Per l’effettuazione delle verifiche l’INAIL può avvalersi del supporto di soggetti pubblici o privati abilitati. I verbali redatti all’esito delle verifiche di cui al presente comma devono essere conservati e tenuti a disposizione dell’organo di vigilanza. Le verifiche di cui al presente comma sono effettuate a titolo oneroso e le spese per la loro effettuazione sono poste a carico del datore di lavoro.
(…)
Con riferimento al punto a) del comma 8, il relatore indica che è dunque necessario “all’inizio di ogni turno, prima di utilizzare la macchina, prevedere un controllo pre-operativo ed una prova funzionale. Il controllo pre-operativo è un’ispezione visiva eseguita dall’operatore prima di ogni turno di lavoro”.
Vengono poi riportate due definizioni utili per comprendere l’articolo 71:
controlli: “monitoraggio continuo eseguito con procedure disposte dal Ddl, su attrezzature e dispositivi;
verifiche: attività svolte da soggetti pubblici e/o privati abilitati e disposti da regolamenti legislativi”.
E con riferimento al punto c) del comma 8, cosa si intende per “persona competente”?
Il relatore indica che la competenza “non è direttamente proporzionale alla quantità di conoscenze e di abilità che possediamo (né tantomeno ai titoli che ognuno di noi può ascrivere nel suo curriculum), quanto piuttosto alla capacità di saperli applicare e adattare alle varie situazioni e contesti”.
Cosa significa, ad esempio, avere la competenza di guida? Significa “conoscere il funzionamento della macchina, il codice della strada ed essere in possesso della patente per essere competente”? È in realtà una competenza “che comprende più conoscenze e capacità che vengono orchestrate contemporaneamente”.
Quindi, conclude il relatore, “saremo tanto più competenti … quanto più saremo capaci di adattare i nostri comportamenti e il nostro stile … alla varie situazioni in cui ci troviamo. In definitiva, le competenze si formano dall’integrazione tra molteplici risorse interne della persona, costituite in modo particolare da nozioni (sapere), da abilità (saper fare) ed anche da attitudini e caratteristiche personali (saper essere)”.
Infine l’intervento fa riferimento anche al DM 11 aprile 2011Disciplina delle modalità di effettuazione delle verifiche periodiche di cui all’All. VII del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81, nonché i criteri per l’abilitazione dei soggetti di cui all’articolo 71, comma 13, del medesimo decreto legislativo”. E si indica che il datore di lavoro che “mette in servizio, un’attrezzatura di lavoro fra quelle riportate nell’allegato VII del decreto legislativo n. 81/2008, ne dà immediata comunicazione all’INAIL per consentire la gestione della relativa banca dati. L’INAIL assegna all’attrezzatura un numero di matricola e lo comunica al datore di lavoro”. E si riportano alcuni estratti della Circolare ministeriale n. 23 del 13 agosto 2012.
Concludiamo l’articolo segnalando che l’intervento riporta, infine, alcune indicazioni pratiche per le procedure amministrative, con riferimento particolare alle modalità di trasmissione della documentazione.
Le attrezzature di sollevamento secondo il D.Lgs 81/08”, a cura dell’Ing. Angelo Romanelli (INAIL UOT di Bergamo), intervento al seminario “Verifiche periodiche delle attrezzature di sollevamento cose e persone: regime di controllo e criticità” (formato PDF, 3.76 MB).

Il rischio da dermatiti da contatto

Fonte Newsletter medico legale INCA CIGIL Numero 09/2013 - Le allergie: una patologia professionale troppo sottovalutata – A cura di Marco Bottazzi

 

Le principali professioni con elevato rischio di dermatiti da contatto allergico ed allergeni responsabili. Il rischio nei settori della panificazione, delle pulizie, dell’acconciatura e in Edilizia.

Le patologie allergiche sono quelle che presentano una maggiore sottovalutazione del rapporto con l’attività professionale e tale sottovalutazione è massima per le allergie cutanee, diversi ricercatori valutano in 1 a 10 il rapporto fra le allergie professionali diagnosticate e quelle che non lo vengono. Fra le cause di questa sottostima si deve registrare il fatto che tutti gli apprendisti che si sensibilizzano nel corso del loro percorso formativo lasciano l’attività e si riconvertono in altre mansioni con non visibilità della patologia, su questo tema torneremo con i recenti dati emersi da uno studio danese. Le allergie professionali interessano in genere soggetti giovani (39 anni di media per le asme e 35 anni per le dermatiti/dermatosi) e che soprattutto sono impiegati nelle piccole e piccolissime imprese. Si tratta di patologie che possono interessare sia le vie respiratorie (rinite, asma e pneumopatie) che la cute (eczema, orticaria) e che si ritrovano in maniera dettagliata nelle più recenti tabelle di legge. I settori maggiormente interessati sono la panificazione, l’acconciatura, l’edilizia, il settore delle pulizie, la carrozzeria, il settore agroalimentare e l’agricoltura. Fra le principali cause di allergia respiratoria professionale si segnalano le farine, i prodotti per il trattamento del capello e gli ammoni quaternari che sono presenti nei prodotti per la pulizia e la manutenzione. L’Osservatorio Nazionale delle Asme Professionali (ONAP) franceseVALUTA A circa 6250 casi/anno il numero dei nuovi casi respiratori. Le allergie cutanee sono in marcato aumento e sono principalmente dovute all’utilizzo di conservanti, biocidi, metalli, additivi della gomma e alle resine epossidi. Le stime francesi dello stesso Osservatorio valutano a 17.500 il numero di nuovi casi/anno.
Più di 250 prodotti sono riconosciuti come allergizzanti professionali ma per molti prodotti di nuova o recente immissione sul mercato manchiamo di dati e conoscenze. Inoltre occorre ricordare che alcuni fattori irritanti come il freddo o anche il lavorare in ambiente umido (mani nell’acqua, lavaggio frequente delle mani) favoriscono la sensibilizzazione e l’allergia cutanea in quanto fragilizzano la cute. Per gli allergeni esiste una dose risposta il che vuol dire che maggiori sono le concentrazioni di allergeni e maggiore è ilRISCHIO di sensibilizzazione. A questo riguardo esistono importanti indicazioni in tema di prevenzione, indicazioni che costituiscono un importante riferimento anche per l’attività di tutela. Infatti se l’indicazione prima è quella di una sostituzione dei prodotti sensibilizzanti appare evidente comune in alcuni settori tale percorso non sia percorribile si pensi in primo luogo al settore dell’acconciatura. Per ridurre iCONTATTI aeroportati occorre agire sulla ventilazione ma anche evitare gli spray che generano degli aerosol che penetrano facilmente a livello bronchiale o utilizzare prodotti in pasta piuttosto di quelli in polvere.
Anchel’uso dei DPI deve essere valutato attentamente in quanto gli stessi DPI possono essere causa di allergia. Inoltre sei i guanti non sono adatti alla attività professionale, essi danno una falsa impressione di sicurezza. Ultimo tema generale è dato dalla difficoltà diagnostica, per porre diagnosi occorre conoscere gli allergeni ai quali è esposto il lavoratore e realizzare dei test specifici. Per alcuni mestieri in cui i prodotti utilizzati contengono più o meno gli stessi componenti risulta più facile per altri risulta più difficile anche perché alcuni prodotti come i conservanti non compaiono sempre nellaSCHEDA di sicurezza soprattutto quando sono presenti in piccola quantità. Infine abbiamo il tema delle allergie crociate: cioè la sensibilizzazione ad un allergene determina la sensibilizzazione ad un altro allergene avente struttura proteica vicina.
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Principaliprofessioni con elevato rischio di dermatiti da contatto allergico ed allergeni responsabili
 
Acconciatura
· Tinture per capelli;
·PRODOTTI per permanente;
· Prodotti per la decolorazione: persolfati;
· Shampoo, nichelDELLE forbici ed oggetti metallici.
 
Personale delSETTORE sanità
· Gomma dei guanti: additiviDELLA vulcanizzazione (thiuram, carbammati, benzotiazoli) lattice;
· Antisettici e disinfettanti ad uso ospedaliero;
· Medicine: antibiotici, antalgici, anestetici,
· Profumi
 
Dentisti e personale del settore odontoiatrico
· Gomma dei guanti;
· Acrilati e metacrilati delle resine dentarie ed adesivi;
· Antisettici e disinfettanti;
· Anestetici.
 
Edilizia e lavori edili (imbianchini, idraulici, copritetto, piastrellisti …)
· Cromati e cobalto dei cementi;
· Gomma dei guanti e delle scarpe di sicurezza;
· Pitture, vernici, adesivi, resine epossidi, acrilati, resine poliuretaniche;
 
Metallurgia
· Olii di taglio;
· Saponi, creme barriera, emollienti (ingredienti dei cosmetici);
· Colle: acrilati.
 
Settoredell’alimentazione (cuochi, fornai ecc..)
· Alimenti (legumi, aglio, spezie);
· Gomma dei guanti;
· Antisettici per il lavaggio delle mani, disinfettanti di superficie e conservantiPRESENTI neiPRODOTTI “cosmetici”;
· Muffe alimentari (formaggi, salumi secchi ecc).
 
Fioristi e giardinieri
· Piante e fiori;
· Pesticidi;
· Gomma dei guanti e degli stivali.
 
Agricoltori, allevatori e veterinari
· Gomma dei guanti, stivali , tubi, pneumatici;
· Pesticidi;
· Vegetali;
· Medicine e prodotti veterinari;
· Alimenti per animali;
· Conservanti, disinfettanti e antisettici.
Edilizia
Oggi il settore dell’edilizia è fra quelli maggiormente interessati da questa problematica delle allergie professionali.
IlRISCHIO è legato alla manipolazione di prodotti contenenti allergeni quali:
– resine;
– acrilati;
– polveri di PVC;
– polveri di cemento;
– legno;
– vernici;
– solventi;
– metalli.
Inoltre queste allergie possono essere accentuate da alcune condizioni di lavoro tipiche del settore delle costruzioni. Così il lavoro al freddo fragilizza la cute facilitando la penetrazione degli allergeni. Ma anche il sole può determinare reazioni fotoallergiche fra quanti lavori all’aperto. Infine il lavoro inAMBIENTE umido è spesso sinonimo di dermatosi. La dermatite più nota e storica, potremmo dire, del settore edile è quella da cemento dovuta alla presenza di sostanze allergeniche quali il cromo VI ma anche il nichel ed il cobalto. Oggi sono disponibili delle misure di prevenzione di questa patologia far cui quella di aggiungere, nella fase di produzione del cemento, solfato di ferro in modo da realizzare la riduzione chimica del cromo VI in cromo III. Ma giova ricordare che il solfato di ferro non è stabile nelTEMPO per cui se i sacchi di cemento non sono utilizzati nei mesi immediatamente successivi alla produzione tale riduzione del cromo VI non è più certa. Un numero crescente di costruttori fa oggi ricorso a materiali di origine naturale che nella percezione diffusa sono inoffensivi per la salute. Infatti, se molti di essi sono inoffensivi per la salute numerosi di essi, al contrario, sono allergeni potenziali come ad esempio la canapa o le piume utilizzate per fabbricare pannelli isolanti.
Inoltre questi materiali naturali sono spesso mescolati ad additivi che servano da leganti, da agenti fungicidi o ignifughi e dunque, possono presentare dei rischi.
 
Settore della panificazione
La panificazione interessa anche una parte dei supermercati che hanno un proprio laboratori interno di arte bianca. In questaATTIVITÀ sono presenti degli allergeni noti da tempo quali lapolvere di farina ma anche i lieviti o la dusting powder. Le allergie inQUESTO settore possono manifestarsi anche a distanza di anni dall’inizio della attività lavorativa. L’asma del panettiere rappresenta circa un terzo dei casi di asma professionale e colpisce circa un fornaio su dieci. Oltre all’asma l’altra patologia importante che interessa questi lavoratori è data dalla rinite allergica che interessa dal 20 al 25% della popolazione dei fornai.
Diversi agenti possono essere chiamati in causa nel determinismo di questa patologie:
– farine (grano, segale, avena, mais, grano saraceno);
– i miglioranti;
– i contaminanti della farina (muffe..)
– il lievito,
– le polveri con cui vengono cosparsi iPRODOTTI.
Ricordiamo che fra i fornai possiamo ritrovare anche altre patologie professionali quali quelle legateALLA turnistica oraria, bronchiti acute da sbalzi termici fra zone fredde e quelle in prossimità dei forni ed infine le perionissi cioè infiammazioni della periferia dell’unghia determinate da un fungoPRESENTE nei lieviti.
 
Settore delle pulizie
La maggioranza delle allergie sono rappresentate dalle dermatiti allergiche anche se sono costantemente in aumento le asme dovute ai prodotti di pulizia e di sanificazione. Fra le cause di questo aumento vengono segnalati l’utilizzo frequente di spray e di prodotti contenenti profumi. In effetti, gli allergeni maggiormente chiamati in causa sono proprio i profumi ed i conservanti. Inoltre legate al diffuso utilizzo di guanti monouso abbiamo le allergie al lattice ed agli agenti di vulcanizzazione dei guanti in gomma.
Si tratta di un settore in cui vi è scarsa conoscenza e sensibilità alla tematica e in cui i casi di adozione di misure prevenzionali sono sempre successivi alla emersione ed al riconoscimento assicurativo di una malattia professionale.
Settore dell’acconciatura
Molti sono i prodotti ed ancor più sono i componenti di questi prodotti che possono agire da allergeni, come diffusamente trattato nelle newsletter 49/2007; 10/2008 e 23/2009. Questi prodotti sono spesso irritanti e/o allergizzanti per le mani o per le vie respiratorie. Pur tuttavia queste patologie presentano una evidente sottostima rispetto ad esempio alle patologie muscoloscheletriche dell’arto superiore. Uno studio danese di UNI-Europa Hair & Beauty Care, presentato al recente Congresso dell’ETUI (EuropeanTRADE Union Institute) rileva che dei 5.239 parrucchieri danesi il 42% soffre di eczema cutaneo in particolare localizzato alle mani, con una prevalenza annuale di casi di eczema della mani del 22,3% , l’età di comparsa di questa patologia è fra i 15 ed i 19 anni tanto che il 71% degli apprendisti soffre di eczema con conseguente fuoriuscita di molti di questi dal settore.
L’ultimo dato che emerge da questo vasto studio condotto nell’ambito del dialogo sociale europeo è che la patologia compare, di media, dopo 8,4 anni dall’inizio della attività lavorativa nel settore. Ultimo elemento di valutazione per poter seguire questo particolare settore è dato dal fatto che la maggior parte dei prodotti utilizzati rientrano per quanto concerne il rischio chimico all’interno della direttiva cosmetici il che comporta una diversa valutazione del rischio ante immissione ed una diversa ricchezza delle informazioni al lavoratore (tema dellaSCHEDAdi sicurezza).

Facendo strada: sicurezza nella manutenzione delle strade


Manuale operativo per la gestione e la manutenzione delle strade ai fini della tutela della sicurezza dei lavoratori.

 

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Disponibile “Facendo strada. Manuale operativo per la gestione e la manutenzione delle strade ai fini della tutela della sicurezza dei lavoratori”.
Con questo manuale Friuli Venezia Giulia Strade S.p.A. si rivolge in primo luogo alle sezioni dell’azienda direttamente operative sulla strada, fornendo un supporto a tutti coloro che effettuano quotidianamente interventi di manutenzione e che, per le specifiche caratteristiche del lavoro, si trovano ad operare in condizioni reputate particolarmente rischiose.
In secondo luogo, il documento fornisce un valido supporto anche a chi ricopre il ruolo di preposto e che ha il compito di verificare il corretto svolgimento delle attività.
L’azienda, preoccupandosi di garantire a tutti i dipendenti di operare in sicurezza, ha svolto uno studio per definire i migliori criteri operativi e le procedure di sicurezza da applicare nelle tipiche situazioni lavorative ed ha quindi provveduto a formare i lavoratori sull’applicazione di tali principi.
L’idea di realizzare ora un manuale illustrato di facile consultazione vuole essere di supporto ai lavoratori, con lo scopo principale di poterlo consultare agevolmente in qualsiasi momento in caso di dubbio. L’immediatezza dell’informazione deriva dall’ausilio delle immagini e dalle brevi spiegazioni delle operazioni che vanno svolte prima, durante e al termine di ogni lavorazione.
SOMMARIO
1 LA SOCIETÀ
2 INTRODUZIONE
2.1 Servizio di polizia stradale
2.2 Guida sicura
3 METODOLOGIA UTILIZZATA
4 I CANTIERI
4.1 Indicazioni generali per la scelta della segnaletica
4.2 Scelta della segnaletica in funzione del tipo di situazione
4.3 Scelta della segnaletica in funzione della distanza
4.4 Cantieri fissi
4.4.2 Gestione dei cantieri fissi
4.5 Cantieri mobili
5 PROCEDURE OPERATIVE ORDINARIE
5.1 Interventi con DECESPUGLIATORE E TAGLIAERBA
5.1.1 Caratteristiche dell’attrezzatura
5.1.2 Dispositivi di Protezione Individuale da utilizzare
5.1.3 Prima dell’attività
5.1.4 Durante l’attività
5.1.5 Dopo l’attività
5.2 Interventi con MOTOFALCIATRICE
5.2.1 Caratteristiche dell’attrezzatura
5.2.2 Dispositivi di Protezione Individuale da utilizzare
5.2.3 Prima dell’attività
5.2.4 Durante l’attività
5.2.5 Dopo l’attività
5.3 Interventi con la MOTOSEGA
5.3.1 L’attrezzatura
5.3.2 I Dispositivi di Protezione Individuale da utilizzare
5.3.3 Prima di iniziare
5.3.4 Durante l’attività
5.3.5 Dopo l’attività
5.4 SPARGIMENTO SALE con mezzi meccanici
5.4.1 Caratteristiche dei mezzi
5.4.2 Dispositivi di Protezione Individuale da utilizzare
5.4.3 Prima dell’attività
5.4.4 Durante l’attività
5.4.5 Dopo l’attività
5.5 SGOMBERO NEVE
5.5.1 Caratteristiche dei mezzi
5.5.2 Dispositivi di Protezione Individuale da utilizzare
5.5.3 Prima dell’attività
5.5.4 Durante l’attività
5.5.5 Dopo l’attività
6 PROCEDURE IN GALLERIA
6.1 Procedure ordinarie
6.1.1 Dispositivi di Protezione Individuale da utilizzare
6.1.2 Prima dell’attività
6.1.3 Durante l’attività
6.1.4 Alcune immagini delle attività
6.2 Operazioni in cabina elettrica per la galleria “FARA”
6.2.1 I soggetti interessati
6.2.2 Il quadro sinottico: visualizzazione stati e comandi
6.2.3 I comandi per i ventilatori
6.2.4 Sezionamento d’emergenza per cabine di trasformazione
6.2.5 Tacitazione allarmi e apertura manuale sbarre
6.3 Situazioni di emergenza e altre anomalie all’interno della galleria
6.3.1 Esempio di emergenza in galleria: un incidente stradale
7 SERVIZIO SORVEGLIANZA H24
7.1 Soggetti interessati
7.2 Squadra operativa, DPI e misure di sicurezza
7.3 Operazioni da compiere ad inizio turno
7.4 Uscita obbligatoria su itinerari alternativi
7.5 Anomalie di limitata entità sulla carreggiata
7.6 Anomalie di entità media o rilevante e/o in posizioni pericolose
7.7 Incidente stradale
7.8 Operazioni da compiere a fine turno
8 PROCEDURE DI EMERGENZA
8.1 Anomalie sulla carreggiata
8.2 Incidente stradale
9 ALLEGATI
9.1 ALLEGATO I – L’ORGANIZZAZIONE DELLA SICUREZZA
9.2 ALLEGATO II – RIFERIMENTI NORMATIVI E BIBLIOGRAFICI
9.3 ALLEGATO III – MEZZI e ATTREZZATURE
9.4 ALLEGATO IV – MODULISTICA
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D.Lgs. 81/2008: gli obblighi e le responsabilità dei lavoratori

Fonte:www.puntosicuro.it

 

Un saggio di Olympus si sofferma sugli obblighi di sicurezza e sull’evoluzione del quadro normativo in relazione alla posizione e responsabilità del lavoratore. L’individuazione di specifici obblighi e gli orientamenti giurisprudenziali.

Urbino, 28 Apr – Se nelle aziende il lavoratore è il soggetto da tutelare, ed è dunque titolare delle posizioni giuridiche attive correlate all’obbligo di sicurezza del datore di lavoro, “la rilevanza super-individuale del diritto alla salute come diritto fondamentale della persona, e dunque l’interesse pubblico-generale alla protezione del bene-salute, rendono il lavoratore allo stesso tempo anche soggetto passivo di specifici doveri, penalmente sanzionati, doveri di cui, correlativamente, il datore di lavoro ha il diritto (ma allo stesso tempo il dovere, in vigilando) di pretendere l’osservanza”.
A esprimersi in questi termini e a ragionare sull’intreccio di atti e comportamenti nel quale si “sovrappongono posizioni attive e passive” è un Working Paper dell’ Osservatorio per il monitoraggio permanente della legislazione e giurisprudenza sulla sicurezza del lavoro (Olympus) dal titolo “ Il quadro normativo dal Codice civile al Codice della sicurezza sul lavoro. Dalla Massima sicurezza (astrattamente) possibile alla Massima sicurezza ragionevolmente (concretamente) applicata?”. Si tratta di un breve saggio inserito sul sito di Olympus il 22 dicembre 2014 e a cura di Gaetano Natullo, professore associato di Diritto del lavoro nell’Università degli Studi del Sannio.
PuntoSicuro si è già soffermato in passato su questo interessante saggio che tratteggia l’evoluzione delle norme regolative della tutela della salute e della sicurezza sui luoghi di lavoro con riferimento al principio della Massima Sicurezza Tecnologicamente Possibile e allaripartizione e individuazione dell’obbligo di sicurezza.
E dopo aver parlato degli obblighi di datore di lavoro, dirigente e preposto non potevamo non soffermarci sull’evoluzione normativa degli obblighi, dei diritti e dei doveri di un’altra figura centrale: il lavoratore.
Il Prof. Natullo si sofferma in particolare sugli esiti dell’evoluzione normativa ed applicativa sotto un duplice versante:
a) “l’ambito soggettivo ed oggettivo (contenuti) delle tutele legislativamente consacrate;
b) l’incidenza dell’area ‘passiva’ della posizione soggettiva del lavoratore in relazione alla permanenza della posizione debitoria (obbligo di sicurezza) del datore di lavoro (e degli altri co-responsabili)”.
E si indica che la stessa nozione di “lavoratore” ai fini della sicurezza sul lavoro ha avuto una significativa evoluzione. Specialmente con l’emanazione del d.lgs. 81/2008 “si è esplicitata anche legislativamente l’esigenza che destinatario delle tutele (della salute) garantite dalle norme di prevenzione siano, oltre ai lavoratori subordinati in senso stretto (di cui alla nozione codicistica dell’art. 2094 c.c.) anche, in generale, tutti coloro che prestano la propria opera nell’ambiente di lavoro, a prescindere dalla natura giuridica del rapporto di lavoro, e finanche coloro che si trovino esposti ai rischi nell’ambiente di lavoro, pur in assenza di un vincolo lavorativo, ma comunque inseriti funzionalmente nell’ambito organizzativo aziendale”.
Ed infatti il D.Lgs. 81/2008 qualifica come “lavoratore” la ‘persona che, indipendentemente dalla tipologia contrattuale, svolge un’attività lavorativa nell’ambito dell’organizzazione di un datore di lavoro pubblico o privato, con o senza retribuzione, anche al solo fine di apprendere un mestiere, un’arte o un professione, esclusi gli addetti ai servizi domestici e familiari’, inoltre equiparando ai lavoratori, come destinatari delle tutele, anche altre categorie” (ad esempio: socio lavoratore, associato in partecipazione, tirocinante ex l. n. 196/1997, studenti ed allievi di corsi di formazione professionale, ecc.).
Inoltre l’evoluzione del quadro normativo ha “significativamente modificato i termini formali della posizione soggettiva del lavoratore”.
Già nel d.lgs. n. 626/1994, ed ulteriormente nel d.lgs. 81/2008, è stata consacrata normativamente la diretta responsabilizzazione dei lavoratori mediante la previsione di specifici obblighi, cui “è correlata una responsabilità (oltre che disciplinare sul piano del contratto di lavoro) anche penale. Il prestatore di lavoro (subordinato) è pertanto esplicitamente ritenuto (co)responsabile della tutela della salute sua e dei propri colleghi conformemente alla sua formazione, alle istruzioni e ai mezzi forniti dal datore di lavoro” (art. 20, comma 1, D.Lgs. 81/2008). Ed è destinatario di specifici obblighi, “funzionali a garantire la corretta collaborazione del lavoratore, necessaria per il buon esito dell’apparato di prevenzione predisposto dal datore di lavoro: nel senso che, se è quest’ultimo a dover apprestare le misure di prevenzione, fornire ai lavoratori i necessari dispositivi di protezione, formare i lavoratori sui rischi presenti e le misure per evitarli, ecc., il lavoratore da parte sua ha, tra gli altri, l’obbligo di eseguire correttamente e in maniera non pericolosa i compiti al lui assegnati, di utilizzare correttamente dispositivi e misure di prevenzione predisposte dal datore, di seguire i corsi di formazione specifici sulla sicurezza, di sottoporsi alle visite mediche di sorveglianza sanitaria, ecc”.
Il saggio indica tuttavia che, riguardo a questi aspetti innovativi, “la giurisprudenza è parsa piuttosto cauta, pur dando precisi segnali di sensibilità rispetto al nuovo dato normativo. Se infatti pare ancora intangibile il dogma della non escludibilità della responsabilità datoriale anche in caso di condotta del lavoratore non rispettosa dei doveri di legge, la nuova sensibilità del diritto vivente si avverte almeno sotto un duplice profilo:
a) L’accentuazione della responsabilità civile-contrattuale del lavoratore, più precisamente in termini di responsabilità disciplinare (anche se pure in questo caso con ripercussioni sulla posizione debitoria del datore di lavoro, a carico del quale il tradizionale ‘potere’ disciplinare si converte in ‘dovere’ disciplinare, quale ulteriore forma/dimostrazione di attuazione dell’obbligo di sicurezza);
b) La rilevanza della condotta negligente del lavoratore almeno in termini di attenuazione della ‘colpa’ datoriale concorso di colpa) e di parallela riduzione della sua responsabilità anche risarcitoria”.
E, conclude il Prof. Natullo, che per il futuro “non sono da escludere, tutto considerato, ulteriori sviluppi anche degli orientamenti giurisprudenziali, nel senso di una più accentuata valutazione del rapporto di proporzionalità inversa che può sussistere tra l’area dell’obbligo di prevenzione del datore di lavoro (e dei suoi collaboratori) e quella del lavoratore”.

DPI degli occhi e del viso: occhiali, maschere e schermi facciali

Fonte: www.puntosicuro.it

 

Informazioni sui dispositivi di protezione degli occhi e del viso tratte dal progetto “Impresa Sicura”. La tipologia dei dispositivi, i criteri di scelta, i rischi meccanici, gli occhiali di protezione e le indicazioni per chi usa lenti correttive.

Roma, 16 Apr – Nel mondo del lavoro gli occhi, come ricordato anche nell’allegato VIII del D. Lgs. 81/2008, devono essere preservati da una molteplicità di rischi. Ad esempio: rischi ottici (la luce naturale e artificiale o le sorgenti di radiazioni causano una gran parte delle lesioni agli occhi, in dipendenza della lunghezza d’onda);rischi meccanici (polvere a grana grossa e fine, particelle ad alta velocità, corpi incandescenti e metalli); rischi chimici (aerosol e aeriformi, spruzzi o gocce di soluzioni chimiche che possono penetrare nell’occhio, corrodere la retina e danneggiare la vista);rischi termici (il freddo può causare lacrimazione protratta, il calore può provocare infiammazioni o ustioni).

E la protezione dai rischi di proiezione legati alle lavorazioni meccaniche, all’utilizzo di sostanze chimiche e all’esposizione a radiazioni ottiche che “potrebbero danneggiare l’occhio stesso o alterare la visione si può ottenere con dispositivi diversi, anche in funzione alla necessità di proteggere il viso”.
A parlare in questi termini dei dispositivi di protezione degli occhi e del viso è il progetto multimediale Impresa Sicura – elaborato da EBER, EBAM, Regione Marche, Regione Emilia-Romagna e Inail – che è stato validato dalla Commissione Consultiva Permanente per la salute e la sicurezza come buona prassi nella seduta del 27 novembre 2013. Progetto che ha prodotto negli anni non solo diversi materiali relativi alla prevenzione in vari comparti lavorativi (metalmeccanica, cantieristica navale, lavorazione del legno, calzature, …), ma anche una raccolta dettagliata di informazioni sui Dispositivi di Protezione Individuale nel documento “ImpresaSicura_DPI”.
Il documento sottolinea che gli occhi vengono protetti mediante occhiali di protezione o protezioni da fissare sugli occhiali e la protezione del viso avviene per mezzo di visiere o schermi di protezione.
Queste dunque le tre principali tipologie di DPI:
occhiali di protezione: “sono formati dalla montatura, che deve posizionarsi in modo perfetto sul volto, e dalle lenti (UNI EN 166), la cui dimensione determina l’ampiezza del campo visivo. La presenza di ripari laterali evita la penetrazione laterale sia di sostanze che di radiazioni. In commercio si trovano occhiali di protezione con ripari laterali dotati di aperture per l’aerazione. Sia la montatura che le lenti devono mantenere le loro caratteristiche al variare della temperatura e dell’umidità (anche dovuta al sudore), e quindi devono essere costituiti con materiali non deformabile né infiammabile, e contemporaneamente non nocivi per la salute”;
maschere / occhiali a visiera: “fissate direttamente tramite bardatura al capo o al casco, le visiere proteggono non solo gli occhi ma tutto il volto dalle schegge, dalle sostanze chimiche o radiazioni, ma non forniscono protezione laterale. La finestra della visiera contiene lastre trasparenti, leggere, filtranti, facilmente sostituibili e regolabili”;
schermi / ripari facciali di protezione: “gli schermi di protezione sono generalmente fissati all’elmetto di protezione o ad altri dispositivi di sostegno, ma non sono completamente chiusi. Devono proteggere dalle schegge, dagli schizzi, dalle scintille, dal calore radiante e dalle sostanze chimiche e devono essere difficilmente infiammabili. Alcuni schermi hanno lastre di sicurezza trasparenti con azione filtrante. Una lamina posizionata nella parte interna dello schermo protegge dalle scariche elettrostatiche. Gli schermi a mano sono formati da una costruzione in materiale leggero con apertura per lastra scambiabile. Vengono tenuti con la mano e salvaguardano gli occhi, il viso e parti del collo da materiali scagliati, spruzzi e radiazioni. Le cappe, in diversi materiali, vengono impiegate insieme all’elmetto di protezione o altri dispositivi di supporto. A differenza degli schermi, sono praticamente chiuse, coprono anche la testa e nel caso le spalle e sono munite frontalmente di lastre di protezione trasparenti sollevabili, le quali, a seconda della loro efficacia protettiva, possono presentare anche azione filtrante”.
Nel documento è riportata un’utile tabella con i criteri di scelta che portano a preferire un dispositivo rispetto l’altro. In ogni caso nella scelta del tipo di protezione, con riferimento ai rischi correlati alla proiezione di corpi solidi, occorre tener conto anche dei seguenti elementi:
– “proiezione di corpi solidi a bassa energia: in questo caso gli occhiali a stanghetta sono da ritenersi idonei;
– proiezione di corpi solidi a media energia: in questo caso gli occhiali a maschera sono da ritenersi idonei;
– proiezione di corpi solidi ad alta energia: in questo caso gli schermi facciali sono da ritenersi idonei”.
Dopo aver riportato indicazioni normative (D.Lgs. 81/2008) e indicazioni relative alla marcatura per la resistenza meccanica, il documento pubblica un ampio prospetto che fornisce un breve sommario di alcuni tipi e fonti di pericolo nella protezione dell’occhio e del viso in ambito industriale, un prospetto che chiaramente non può tuttavia essere esaustivo dei rischi professionali.
Riportiamo a titolo esemplificativo alcuni rischi di natura meccanica:
– “proiezione di particelle metalliche: macchinario per la lavorazione del metallo, trucioli di saldatura, rivettatura, taglio di fili in metallo, molatura;
– proiezione di particelle di pietra o minerali: sabbiatura, lavorazione della pietra, scultura, molatura, trapanatura di rocce;
– proiezione di particelle legnose/fibrose: tornitura del legno, abbattimento degli alberi, rimozione della boscaglia;
– particelle grossolane sospese nell’aria: miscelazione del cemento, lavorazione della pietra, segatura del legno, sabbiatura orbitale, stoccaggio granaglie, macinatura della farina, estrazione e lavorazione del carbone;
– spruzzi/schizzi di metallo fuso: colate di metallo, scrematura del metallo, pressofusione, taglio con fiamma del metallo, brasatura;
– acqua ad alta pressione: taglio a getto d’acqua”.
I dispositivi di protezione sono generalmente composti “da un elemento portante (montatura occhiali, guscio schermi e maschere) e da lenti e lastrine sostituibili”.
In particolare gli occhiali devono essere:
– “robusti;
– esenti da bolle;
– resistenti agli urti”, alla combustione, alla corrosione (parti metalliche) e alla disinfezione e avere bassa conducibilità termica;
– privi di sporgenze o irregolarità, al fine di evitare danno, disagi agli utilizzatori;
– atossici, inodori e fisiologicamente inerti, tali da non causare irritazioni cutanee agli utilizzatori;
– regolabili in lunghezza;
– privi di effetti che deformano l’immagine, quindi la parte ottica deve non solo essere perfettamente alloggiata e rifinita, ma avere una trasparenza ottima, senza effetti di tipo astigmatico o sferico o prismatico”. E quest’ultima caratteristica – la “Classe ottica” – ha 3 livelli, “in cui la classe 1 è quella con minore deformazione e quindi il DPI è adatto per un uso prolungato mentre quando è di classe 3 (deformazione più accentuata) deve essere utilizzato per brevi periodi”.
Inoltre il tipo di oculare, cioè il vetro della lente, “potrebbe essere:
– organico termoplastico a base di carbonio (plastica);
– minerale a base di silice;
– organico termoindurente a base di resine sintetiche (infrangibile)”.
Si ricorda che le lenti (oculari) “possono essere classificate in base al tipo di filtrazione, specifici per ogni tipo di rischio e conformi ad altre EN, e possono essere anche correttive. Particolari rivestimenti superficiali possono conferire alle lenti stesse specifiche caratteristiche superficiali”. E ai lavoratori dovrebbe conoscere la differenza strutturale tra:
– “vetri di sicurezza (con resistenza alla rottura);
– vetri composti (in caso di rottura la parte rivolta verso l’occhio rimane intatta perché trattenuta da una pellicola di plastica);
– vetri temperati (in cui in caso di rottura i vetri si disperdono in piccolissimi pezzi non taglienti)”.
Il documento correlato al progetto Impresa Sicura riporta ulteriori indicazioni su moltissimi temi: simboli di resistenza meccanica agli impatti, classe ottica, protettori a rete degli occhi e del viso, ripari facciali, visiere ed elmetti ad elevate prestazioni, filtri solari ad uso industriale, ispezioni dei DPI prima dell’uso, manutenzione, equipaggiamento specifico per saldatura, marcatura per protettori dell’occhio per laser, protettori dell’occhio contro radiazioni laser, …
Concludiamo questa breve presentazione dei dispositivi di protezione degli occhi e del viso, riportando alcune indicazioni in merito all’utilizzo degli occhiali di protezione.
Il documento sottolinea comunque che prima di scegliere gli occhiali da indossare è indispensabile conoscere i rischi legati all’ambiente di lavoro, le condizioni ambientali e la mansione di colui che li indossa. In ogni caso il loro utilizzo “è comunque previsto in tutti i luoghi in cui vi è il rischio di proiezione di corpi solidi, liquidi o di radiazioni ottiche”.
Si segnala che “nell’utilizzo di questi DPI occorre porre attenzione a non rovinare la parte ottica appoggiando il dispositivo su superfici abrasive o acuminate. Gli occhiali con lenti rovinate o con montatura deformata devono essere cambiati al più presto”.
Diamo infine qualche indicazione per i portatori di occhiali da vista.
Si ricorda che “è possibile utilizzare dei sovraocchiali se la durata dell’utilizzo è limitata oppure montare lenti graduate su montature antinfortunistiche. Le lenti a contatto non dovrebbero essere usate in ambienti lavorativi polverosi, oppure in presenza di gas o vapori (se lenti morbide), e senza occhiali protettivi, in quanto gas e vapori possono condensarsi tra lente e occhi, causando danni permanenti all’occhio stesso. Negli ambienti molto caldi (saldatura, verniciatura) vi è il rischio che le lenti possano essiccare e aderire alla cornea. Si deve pertanto rendere nota la condizione di portatore di lenti a contatto al fine di far rimuovere le lenti in caso di personale incapacità o impossibilità o in emergenza”.
Il sito “ Impresa Sicura”: l’accesso via internet è gratuito e avviene tramite una registrazione al sito.

Videoterminali: liste di controllo per ergonomia e illuminazione

 

 

Fonte: www.puntosicuro.it

 

Due liste di CONTROLLO si soffermano sulle modalità idonee di lavoro al videoterminale e sull’illuminazione corretta. La regolazione della sedia, del tavolo, DELLO schermo e della luce. Il problema delle finestre e delle superfici riflettenti.

Lucerna, 24 Mar – I pericoli per i lavoratori che utilizzano videoterminali spesso vengono sottovalutati. E tuttavianon mancano, specialmente tra coloro che li utilizzano in modo più continuativo, problemi come l’ affaticamento agli occhi e i disturbi muscolo-scheletrici.
Per parlare dei problemi di chi lavora al videoterminale e per dare QUALCHE informazione sulla prevenzione dei rischi, ci soffermiamo brevemente su due liste di controllo prodotte da Suva, istituto svizzero per l’assicurazione e la prevenzione degli infortuni.
In “Lista di controllo – Lavorare CORRETTAMENTE al videoterminale” si ricorda che lapostazione al videoterminale (VDT) deve essere confortevole. Infatti “una delle cause più frequenti di disturbi alla salute per chi lavora al videoterminale risiede nella scarsa adattabilità degli arredi e dello schermo alle esigenze dell’utente”. E spesso i lavoratori al VDT accusano vari disturbi per mancanza di movimento.
La lista segnala che “i problemi principali sono dovuti a:
– schermo posizionato male o troppo in alto;
– altezza del tavolo e della sedia non corretta;
– tastiera e mouse posizionati non correttamente”.
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Riguardo ad esempio alla regolazione della sedia e del tavolo in base alla costituzione fisica, la lista indica che:
– al di sotto del tavolo ci deve essere “abbastanza spazio per muovere liberamente e in qualsiasi direzione le gambe, le ginocchia e i piedi”;
– l’altezza della sedia deve essere regolata “in modo da avere i piedi completamente appoggiati sul pavimento e le cosce leggermente inclinate verso il basso”;
– tra il bordo anteriore della sedia e l’incavo del ginocchio ci deve essere “una distanza di almeno due dita”.
Inoltre il tavolo “si trova all’incirca all’altezza dei gomiti tenendo le spalle rilassate e gli avambracci appoggiati sul piano di lavoro”? E “sapete come regolare al meglio le singole componenti della vostra postazione di lavoro (schermo, scrivania, sedia)”?
Riguardo poi alla regolazione dell’altezza e della distanza dello schermo si indica che il bordo superiore dello schermo deve trovarsi “come minimo a 5–10 cm al di sotto della linea dello sguardo, in modo da guardare la metà dello schermo con lo sguardo leggermente rivolto in basso”. E la distanza visiva rispetto allo schermo deve essere di 70– 90 cm. Almeno con riferimento specifico agli schermi da 19 e 21 pollici: “per gli schermi più grandi la distanza va regolata individualmente”.
Inoltre lo schermo deve essere correttamente regolato anche riguardo ad altri parametri.
Ad esempio deve essere leggermente inclinato (nella parte inferiore verso l’operatore), la luminosità e il contrasto dei caratteri devono essere impostati correttamente (“con tutti gli schermi è possibile regolare separatamente il contrasto e la luminosità a seconda delle esigenze dell’operatore”) e la dimensione dei caratteri selezionata deve essere “correttamente leggibile (minimo 3 mm)”?
Concludiamo la presentazione della prima scheda parlando della posizione dei singoli elementi.
Ad esempio è bene che lo schermo sia:
– “posizionato a 90 gradi rispetto alla FINESTRA (fonte luminosa a lato, ossia parallela alla direzione di sguardo”);
– posizionato di fronte all’operatore in modo da non obbligare a girare continuamente la testa.
Inoltre, come vedremo anche più avanti, il posto di lavoro “è disposto in modo tale che sullo
schermo non possano riflettersi fonti luminose (finestre, lampade)? Verificare la presenza di riflessi a schermo spento!
Altre indicazioni:
– tra il bordo anteriore del tavolo e lo schermo “ci deve essere uno spazio minimo di 60 cm per la tastiera e il documento di lavoro”;
– la tastiera deve trovarsi immediatamente davanti all’operatore (non davanti allo schermo);
– i documenti di lavoro devono trovarsi tra la tastiera e lo schermo;
– accanto alla tastiera deve esserci abbastanza spazio per il mouse.
Concludiamo questo approfondimento delle misure di prevenzione per chi lavora ai videoterminali con un non recente, ma ancora utile, documento di Suva, la “Lista di controllo – L’illuminazione al videoterminale”.
Il documento ricorda che “una buona illuminazione inizia già in fase di progettazione”. E che l’illuminazione artificiale e naturale “sono molto importanti per la qualità della postazione di lavoro al videoterminale” e se ne deve tener CONTO già in fase di progettazione del luogo di lavoro.
I problemi principali sono i seguenti:
– “riflessi sullo schermo dovuti alla luce naturale o artificiale;
– abbagliamento dovuto a fonti luminose artificiali;
– eccessivo contrasto chiaro-scuro”.
Riguardo all’illuminazione artificiale si indica che è bene che i valori di illuminamento orizzontale al videoterminale siano compresi tra 300 e 500 lux e che l’illuminazione non produca sfarfallii e si possa adattare alle esigenze dell’operatore.
Inoltre:
– “la luminanza delle lampade è corretta (nessun abbagliamento)?
– le lampade sono disposte parallelamente alle finestre”? Si segnala che “particolari problemi si possono avere con le lampade disposte a griglia a forma di croce, poiché creano riflessi sullo schermo”;
– “è possibile accendere/spegnere una singola fila di lampade indipendentemente dalle altre?
– le lampade illuminano almeno in parte anche il soffitto”?
– “se il personale lo richiede, viene messa a disposizione una lampada da ufficio”?
La lista si sofferma anche sui problemi correlati alle finestre e alle superfici riflettenti:
– “i mobili e le pareti sono fatti in MODO tale da non causare riflessi fastidiosi?
– le finestre sono dotate all’esterno di veneziane?
– se vi sono due fronti di finestre ad angolo, è possibile coprirne uno od oscurarlo completamente?
– se necessario, vi sono dei pannelli mobili per suddividere in modo funzionale il locale”?
L’ultima parte della lista riguarda l’ambiente di lavoro e lo schermo.
Ad esempio è bene posizionare lo schermo:
– “in modo che dietro di esso (nel campo visivo dell’utente) non vi siano finestre”;
– “in modo che dietro di esso (nel campo visivo dell’utente) non vi sia uno sfondo eccessivamente chiaro”;
– “tra due file di lampade (ossia non immediatamente sotto una fila di lampade) in modo che la direzione principale dello sguardo risulti parallela alle lampade”;
– “in modo che l’illuminamento del locale non provochi un abbagliamento diretto”.
Bisogna infine VERIFICARE che sullo schermo, sulla tastiera, sui documenti e sulla scrivania non vi siano immagini riflesse create da lampade e finestre. E deve essere garantito il contatto visivo con i posti di lavoro e con gli schermi contigui e la possibilità di guardare all’esterno (in una direzione qualsiasi).