Amianto nei rifiuti: come riconoscerlo e valutarlo correttamente

fonte:www.puntosicuro.it
L’amiantoutilizzato in passato, per la sua resistenza al fuoco, al calore e all’azione di agenti chimici e biologici, per la costruzione di diversi prodotti – è una sostanza cancerogena il cui utilizzo è stato vietato in molti paesi. Ad esempio nel 1990 in Svizzera e nel 1992, con la Legge n. 257 del 27 marzo 1992, in Italia.
Tuttavia, come ricordato in una recente intervista di PuntoSicuro, che stimava la sua presenza nell’80% delle attività edilizie di ristrutturazione e demolizione, è possibile trovare ancora oggi materiali che lo contengono. Si tratta spesso di materiali posati in opera prima che entrassero in vigore le norme sul divieto dell’amianto e che possono venire alla luce durante diversi lavori edili.
E un comparto a rischio per l’inalazione di fibre di amianto, disperse nell’aria durante la presa in consegna e il trattamento di questo materiale, è sicuramente anche quello delle imprese di riciclaggio e smaltimento.

Rischio: AMIANTO – La valutazione di tutti i rischi specifici in un unico software interfacciabile Suva – istituto svizzero per l’assicurazione e la prevenzione degli infortuni – ha pubblicato sul proprio sito diversi documenti che, pur facendo riferimento alla legislazione elvetica, contengono utili indicazioni sulle modalità di riconoscimento e valutazione dell’amianto.

Ed in particolare nel 2015 ha prodotto proprio un opuscolo dedicato ai centri di raccolta e alle imprese di riciclaggio e smaltimento.

L’opuscolo “Amianto: riconoscerlo, valutarlo e intervenire correttamente. Informazioni utili per le imprese di riciclaggio”, nato dalla collaborazione di Suva con le associazioni VSMR, ADSR, Swico e la Fondazione SENS eRecycling, riguarda il ricevimento e il trattamento di rifiuti e materiali di scarto nell’area aziendale delle imprese di riciclaggio o dei centri di raccolta.

E indica:

– “in quali casi durante il trattamento dei rifiuti può avvenire un contatto pericoloso con le fibre di amianto;

– quali misure di protezione bisogna adottare;

– quando ci si deve rivolgere a una ditta specializzata in bonifiche da amianto”, chiaramente con riferimento alla normativa elvetica.

L’opuscolo “riguarda unicamente l’esposizione alle polveri di amianto”. Infatti nel settore del riciclaggio la “riduzione dell’esposizione totale alle polveri rappresenta tuttavia un compito arduo. Dato che oltre all’amianto le polveri possono contenere anche altre sostanze nocive, bisogna adottare misure generali al fine di ridurre tale esposizione”.

Come in altri documenti di Suva, l’opuscolo spiega innanzitutto cosa sia l’amianto, i suoi effetti sulla salute (a causa della loro lunga permanenza negli alveoli polmonari, le fibre di amianto possono “provocare diverse malattie, tra cui l’asbestosi, il carcinoma polmonare o il mesotelioma pleurico maligno”). E indica quali rifiuti e materiali di scarto normalmente non contengono amianto (vetro usato, carta e cartone, PET, batterie, latta bianca e alluminio, scarti di produzione, …) e quali rifiuti e materiali di scarto possono invece contenerlo e devono, dunque essere trattati adottando particolari misure precauzionali (rottami metallici, scarti di legno, rifiuti edili, apparecchi e quadri elettrici, autoveicoli, impianti tecnici, …).

Si ricorda poi che si possono avere:

prodotti contenenti amianto fortemente agglomerato (matrice compatta): le fibre di amianto “sono fortemente legate in una matrice solida e stabile. Alcuni esempi: prodotti in fibrocemento (amianto in cemento) come pannelli piccoli e grandi su facciate, lastre ondulate, pavimenti galleggianti, canaline per cavi, condotte e canalizzazioni, fioriere; amianto nei rivestimenti in particolare rivestimenti fonoisolanti e anticorrosivi (guaine catramate e bituminose); amianto nelle guarnizioni di gomma (chiamate anche guarnizioni it)”.  Il tenore di amianto di regola è inferiore al 20% in peso;

prodotti contenenti amianto debolmente agglomerato (matrice friabile): le fibre di amianto “sono libere o debolmente legate in una matrice. Alcuni esempi: isolamenti e guarnizioni di impianti tecnici (ad esempio in apparecchi elettrici e quadri elettrici vecchi); isolamenti di tubi e condotte; sbarramenti antincendio; pannelli leggeri o cartoni di amianto; pannelli per soffitti; amianto spruzzato”. Il tenore di amianto è di regola superiore al 40% in peso.

prodotti contenenti fibre di amianto pure: le fibre allo stato puro si possono trovare, “ad esempio in forma tessuta (trecce, corde, cuscini) oppure sotto forma di cartoni”. Il tenore di amianto è del 100 % in peso.

Rimandando alla normativa italiana per il trattamento specifico dei materiali contenenti amianto, ricordiamo che il documento di Suva indica che “le operazioni di scarico e stoccaggio dei rifiuti nonché lo smistamento e il trasporto manuali o meccanici comportano sempre un’esposizione alle polveri”. E per ridurre questo rischio, “bisogna adottare misure tecniche e organizzative generali (evitare tutti i lavori che generano polvere, aspirare le polveri alla fonte, inumidire i materiali, confinare correttamente la zona di lavoro), soprattutto se si devono manipolare materiali contenenti amianto”.

Il documento si sofferma poi sul riconoscimento dell’amianto e sulle misure di sicurezza relative, con il supporto di diverse immagini esplicative, in relazione a diversi materiali con cui può avere a che fare un centro di raccolta, riciclaggio e smaltimento:

– Lastre per tetti, tubi di canalizzazione, canalette e fioriere – Fibrocemento;

– Pannelli leggeri e pannelli per soffitti – Coperture, elementi costruttivi, soffitti fonoassorbenti;

– Quadri elettrici, interruttori e accessori elettrici – Pannelli in fibrocemento/pannelli leggeri;

– Apparecchi elettrici come fornelli, lavatrici e forni ad accumulo – Pannelli e nastri isolanti in amianto;

– Isolamento di impianti tecnici come boiler, caldaie, cisterne – Materiale di riempimento contenente amianto, tappetini di amianto, rivestimenti di amianto termoisolanti;

– Isolamento di tubi e condotte – Malte e impasti di gesso contenenti amianto;

– Guarnizioni su impianti tecnici come impianti di riscaldamento, caldaie, pompe – Cordoni di amianto;

– Guarnizioni su impianti tecnici come impianti di riscaldamento, pompe, condotte – Guarnizioni per flange;

– Colori e vernici, rivestimenti – Colori e vernici contenenti amianto, rivestimenti;

– Finestre in legno – Stucco per finestre contenente amianto;

– Kit frizione, freni a tamburo e piastre inutilizzate di freni a disco – Materiale contenente amianto.

Riportiamo, a titolo esemplificativo, alcune delle indicazioni relative al trattamento dei pannelli leggeri e pannelli per soffitti:

– “attività generali: non intervenire sui pannelli contenenti amianto (ad esempio non smontare, non frantumare o non tagliare);

separazione dei pannelli contenenti amianto dal resto (scossoni o vibrazioni, movimenti abrasivi o sfregamenti possono provocare il rilascio di fibre): garantire un sufficiente ricambio d’aria (ventilazione naturale o artificiale); usare una maschera antipolvere  FFP3 e una tuta di protezione monouso di categoria 3 tipo 5/6; evitare scossoni, vibrazioni e sfregamenti, non danneggiare o non gettare i materiali;

smaltimento: imballare ermeticamente i pannelli per non consentire il rilascio di fibre, contrassegnarli e smaltirli a regola d’arte”;

pulizia del luogo di lavoro: non pulire a secco; pulire il pavimento a umido e/o con un aspiratore industriale; eliminare le maschere antipolvere, le tute di protezione e i sacchetti dell’aspiratore.

Chiaramente poi il documento di Suva indica che alcuni lavori, come lo smontaggio dalle altre parti o le lavorazioni di pannelli contenenti amianto “devono essere svolti esclusivamente da ditte specializzate in bonifiche da amianto” secondo la normativa elvetica.

Concludiamo rimandando alla lettura dei molti articoli di PuntoSicuro che in questi anni hanno affrontato il trattamento e le bonifiche dei materiali contenenti amianto secondo la normativa italiana.

N.B.: I riferimenti legislativi contenuti nei documenti di Suva riguardano la realtà svizzera, i suggerimenti indicati possono essere comunque di utilità per tutti i lavoratori.

Suva, “ Amianto: riconoscerlo, valutarlo e intervenire correttamente. Informazioni utili per le imprese di riciclaggio” (formato PDF, 905 kB).

Cantieri in sicurezza: come gestire le emergenze nei cantieri edili

Fonte: www.puntosicuro.it

Un documento Inail sulla progettazione della sicurezza si sofferma sulla gestione delle emergenze in caso di primo soccorso, lotta antincendio e evacuazione dei lavoratori. Gli obblighi normativi, la prevenzione incendi e il primo soccorso in cantiere.

Roma, 10 Mag – Tra le necessarie misure generali di tutela nei luoghi di lavoro (art. 15) – riportate nel Titolo I, Capo III (Gestione della prevenzione nei luoghi di lavoro) del D.Lgs. 81/2008 – alla lettera u) sono indicate ‘le misure di emergenza da attuare in caso di primo soccorso, di lotta antincendio, di evacuazione dei lavoratori e di pericolo grave e immediato’.
Come applicare questa tipologia di misure in cantiere?
Per dare una riposta a questa domanda torniamo a presentare i contenuti del documento Inail “La progettazione della sicurezza nel cantiere”, elaborato dal Dipartimento Innovazioni Tecnologiche e Sicurezza degli Impianti, Prodotti ed Insediamenti Antropici e a cura di Raffaele Sabatino e Antonio Di Muro. Un documento che non solo fornisce una guida all’applicazione della normativa vigente sui cantieri, ma propone anche una metodologia per la redazione dei piani di sicurezza nei cantieri incentrata su un’attenta valutazione dei rischi.
Nel capitolo dedicato alle misure antincendio e di primo soccorso il documento ricorda che con il termine “emergenza” si definisce una “situazione anomala, rispetto alle normali condizioni lavorative, dalla quale possono derivare, o siano già derivate, incidenti o infortuni”.
E lo stesso D.Lgs. 81/2008 (Testo Unico) definisce alla Sezione VI (Gestione delle emergenze) del Titolo I, le disposizioni generali alle quali deve adempiere il datore di lavoro:
Articolo 43 – Disposizioni generali
1. Ai fini degli adempimenti di cui all’articolo 18, comma 1, lettera t), il datore di lavoro:
a) organizza i necessari rapporti con i servizi pubblici competenti in materia di primo soccorso, salvataggio, lotta antincendio e gestione dell’emergenza;
b) designa preventivamente i lavoratori di cui all’articolo 18, comma 1, lettera b);
c) informa tutti i lavoratori che possono essere esposti a un pericolo grave e immediato circa le misure predisposte e i comportamenti da adottare;
d) programma gli interventi, prende i provvedimenti e dà istruzioni affinché i lavoratori, in caso di pericolo grave e immediato che non può essere evitato, possano cessare la loro attività, o mettersi al sicuro, abbandonando immediatamente il luogo di lavoro;
e) adotta i provvedimenti necessari affinché qualsiasi lavoratore, in caso di pericolo grave ed immediato per la propria sicurezza o per quella di altre persone e nell’impossibilità di contattare il competente superiore gerarchico, possa prendere le misure adeguate per evitare le conseguenze di tale pericolo, tenendo conto delle sue conoscenze e dei mezzi tecnici disponibili.
e-bis) garantisce la presenza di mezzi di estinzione idonei alla classe di incendio ed al livello di rischio presenti sul luogo di lavoro, tenendo anche conto delle particolari condizioni in cui possono essere usati. L’obbligo si applica anche agli impianti di estinzione fissi, manuali o automatici, individuati in relazione alla valutazione dei rischi.
Riguardo in particolare alla designazione dei ‘lavoratori incaricati dell’attuazione delle misure di prevenzione incendi e lotta antincendio, di evacuazione dei luoghi di lavoro in caso di pericolo grave e immediato, di salvataggio, di primo soccorso e, comunque, di gestione dell’emergenza’ (art. 18),  i lavoratori designati “non possono, se non per giustificato motivo, rifiutarsi della designazione; altresì debbono essere formati, in numero sufficiente e disporre delle attrezzature adeguate”.
In particolare nei cantieri ove operino contemporaneamente più imprese è “opportuno organizzare e disporre un sistema di gestione delle emergenze concordato con gli enti di soccorso 118 e 115. In tutti i casi è comunque doveroso organizzare i necessari rapporti con i servizi pubblici competenti in materia di pronto soccorso, salvataggio, lotta antincendio e gestione delle emergenze, anche segnalando preventivamente la localizzazione del cantiere in modo che risulti agevole e tempestivo l’intervento dei soccorsi in caso di necessità”.
Riguardo alla prevenzione antincendio il documento indica che tra i molti pericoli generalmente presenti nei cantieri, “quelli originati dal fuoco risultano, spesso, sottovalutati”. E in realtà nel cantiere esistono “diverse lavorazioni la cui esecuzione può determinare un’importante fonte d’innesco; l’uso di fiamme libere, ad esempio, per la messa in opera di guaine impermeabilizzanti, le operazioni di saldatura, gli impianti elettrici, la presenza, più o meno sporadica, di fuochi accesi, incautamente e per i motivi più disparati, dai lavoratori, ecc.”. Inneschi che, se non efficacemente controllati, possono “provocare incendi con conseguenze anche disastrose”.
Si indica poi che nei cantieri, “a causa della specificità del luogo di lavoro e della generale compresenza di più imprese, e i lavoratori autonomi, è possibile che gli obblighi inerenti la gestione delle emergenze, a carico del datore di lavoro, vengano regolati a parte, nell’ambito delle previsioni contrattuali, dirottandoli a carico del committente (art. 104, comma 4 del d.lgs. 81 del 9 aprile 2008 e s.m.i.,). In tali casi si solleva il datore di lavoro dall’obbligo di designazione degli addetti e alla gestione delle emergenze, dovendo il committente stesso provvedere, garantendolo nei contratti d’affidamento dei lavori, all’organizzazione di un apposito servizio antincendio e di gestione delle emergenze”.
E in conseguenza di tale previsione, il Coordinatore in materia di Sicurezza e salute durante la Progettazione dell’opera (CSP) prevede, nell’ambito del Piano di Sicurezza e Coordinamento (PSC), “un sistema di gestione delle emergenze di tipo comune” (così come previsto nell’allegato XV del Testo Unico), “specificando il soggetto (l’appaltatore) che dovrà farsi carico di tale onere, sgravando tutti gli altri soggetti dagli obblighi di cui all’art. 18 c. 1, lett. b), cioè di designazione degli addetti ai compiti speciali e di gestione delle emergenze”. In ogni caso questo sistema di gestione presente nel PSC “risulterà inderogabile per le imprese e i lavoratori autonomi”.
Il documento ricorda poi che negli appalti privati è possibile “contrattualmente porre a carico dell’appaltatore la cura della gestione delle emergenze per conto dei subaffidatari (imprese esecutrici e lavoratori autonomi) e dei fornitori”.
Il documento fornisce poi alcune indicazioni sul piano delle emergenze e sottolinea, specialmente nei cantieri di grandi dimensioni, o che presentino significativi rischi di interferenza tra le imprese, l’importanza della predisposizione di una “specifica procedura operativa da adottare in caso di incendio, che vedrà il coinvolgimento di tutti i lavoratori del cantiere” e che dovrà contenere “almeno i seguenti elementi:
– le azioni che i lavoratori debbono mettere in atto in caso di incendio, suddividendoli in base ai ruoli specifici (per es.: capo cantiere, responsabile e addetto delle emergenze, lavoratore generico);
– le procedure per l’ evacuazione dal luogo di lavoro verso i luoghi sicuri, che debbono essere attuate dai lavoratori e dalle altre persone presenti;
– le disposizioni per chiedere l’intervento dei VV.F. e fornire loro le necessarie informazioni all’arrivo”.
La pubblicazione Inail indica poi che anche il tema del primo soccorso in cantiere è un tema spesso trascurato. E si sottolinea tuttavia che “una corretta gestione del primo soccorso, specialmente in cantieri con luoghi confinati, può risultare decisiva al fine di scongiurare conseguenze molto gravi per la salute dei lavoratori, ove sia in grado di determinare il pronto recupero dell’infortunato”.
Rimandando ad una lettura integrale del documento Inail, che si sofferma anche sulla normativa, concludiamo ricordando che nei cantieri “il datore di lavoro di ogni impresa, sia affidataria che esecutrice, ma non i lavoratori autonomi che resterebbero esclusi dal sistema di gestione”, deve rispettare gli obblighi già citati riguardo alla gestione delle emergenze, “in considerazione dell’attività svolta e della dimensione dell’azienda o dell’unità produttiva”.
Ma è evidente che tale sistema, nato per l’azienda o unità produttiva, “pone diversi problemi applicativi nel cantiere, primo fra tutti, la possibile inefficienza della gestione per carenza di coordinamento tra i soggetti presenti, che spesso si traduce in una molteplicità di sistemi di gestione delle emergenze, presenti spesso solamente in via teorica e, pertanto, del tutto inutili”. La previsione contrattuale che pone a carico dell’appaltatore un sistema di gestione delle emergenze, incluso il primo soccorso, di tipo comune “appare sicuramente più funzionale, essendo garantiti in ogni momento, anche a coloro che ne sarebbero sprovvisti, come i lavoratori autonomi e i fornitori, e quei soggetti strutturalmente meno preparati ad affrontare tali situazioni, come le piccole imprese artigiane”.
INAIL – Dipartimento Innovazioni Tecnologiche e Sicurezza degli Impianti, Prodotti ed Insediamenti Antropici, “ La progettazione della sicurezza nel cantiere”, documento curato da Raffaele Sabatino (INAIL, Dipartimento Innovazioni Tecnologiche) e Antonio Di Muro (Professore a contratto presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, Coordinatore della sicurezza in fase di progettazione ed esecuzione per conto di Enti pubblici e privati), con la collaborazione di Andrea Cordisco e Daniela Gallo, edizione 2015 (formato PDF, 48.38 MB).
Algoritmo cantieri (Formato XLS, 260 kB).

Attrezzature: messa in servizio, controlli e verifiche periodiche

Fonte:www.puntosicuro.it

Un intervento si sofferma sulle verifiche periodiche con particolare riferimento alle attrezzature di sollevamento. La normativa, gli obblighi delle figure coinvolte, la messa in servizio, i controlli e le verifiche periodiche.

Bergamo, 5 Mag – In materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, uno degli argomenti più delicati da affrontare riguarda le verifiche periodiche delle attrezzature di sollevamento. Argomento delicato sia per i rischi correlati all’uso di attrezzature di sollevamento non sicure, sia per la ricchezza e la continua evoluzione della normativa nazionale ed europea.
Per divulgare i contenuti normativi e le modalità di applicazione delle procedure relative alle verifiche periodiche delle attrezzature di sollevamento cose e persone, si è tenuto a Bergamo, il 19 febbraio 2016, uno specifico seminario dal titolo “Verifiche periodiche delle attrezzature di sollevamento cose e persone: regime di controllo e criticità”. Un seminario promosso dal Tavolo Provinciale di Coordinamento Sicurezza in Edilizia costituito, il 16 settembre 2014, tra INAIL Bergamo,  ATS Bergamo, Direzione Territoriale del Lavoro, Università degli Studi di Bergamo, Scuola Edile e CPT di Bergamo, gli Ordini degli architetti e degli ingegneri e i Collegi dei geometri e dei periti industriali della Provincia di Bergamo.
Un intervento al convegno che ha permesso di fare un utile riassunto della normativa in materia di verifiche periodiche è l’intervento “Le attrezzature di sollevamento secondo il D.Lgs 81/08”, a cura dell’Ing. Angelo Romanelli (INAIL UOT di Bergamo).
Il relatore ha innanzitutto ricordato i tre Capi del Titolo III del Decreto legislativo 81/2008, relativi alle attrezzature di lavoro e ai dispositivi di protezione individuale, e si è soffermato in particolare sul Capo I (Uso delle attrezzature di lavoro) e gli articoli (da art. 69 a art. 73) e allegati correlati.
Dopo aver ricordato la vecchia Direttiva Macchine (Direttiva 98/37/CE) e la nuova Direttiva Macchine – la Direttiva 2006/42/CE, recepita in Italia con il Decreto Legislativo 27 gennaio 2010, n. 17 – l’intervento sottolinea che per ogni attrezzatura da lavoro si dovrà distinguere:
la fabbricazione: “il momento storico indicato dal fabbricante dell’attrezzatura in dichiarazione di conformità”;
la commercializzazione:  “il momento storico che stabilisce il passaggio di proprietà tra un fabbricante e un utente che intende utilizzare l’attrezzatura”;
la messa in servizio: “il momento storico di comunicazione da parte dell’utente di uso di una determinata attrezzatura (comunicazione all’INAIL e questa emette la matricola)”.
E vengono fornite due definizioni contenute nel D.Lgs. 17/2010:
immissione sul mercato: prima messa a disposizione, all’interno della Comunità, a titolo oneroso o gratuito, di una macchina o di una quasi-macchina a fini di distribuzione o di utilizzazione;
messa in servizio: primo utilizzo, conforme alla sua destinazione, all’interno della Comunità, di una macchina oggetto del presente decreto legislativo.
Vengono riportate, tra l’altro, anche alcune definizioni tratte dal DPR 459/1996, DPR che, ricordiamo, è stato abrogato proprio dal D.Lgs. 17/2010.
Veniamo ora a quanto richiesto al Datore di Lavoro (Ddl) dall’articolo 71 del Testo Unico in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro (D.Lgs. 81/2008):
Art. 71 – Obblighi del datore di lavoro
(…)
4. Il Datore di lavoro prende le misure necessarie affinché:
a) le attrezzature di lavoro siano:
1) installate ed utilizzate in conformità alle istruzioni d’uso;
2) oggetto di idonea manutenzione al fine di garantire nel tempo la permanenza dei requisiti di sicurezza di cui all’articolo 70 e siano corredate, ove necessario, da apposite istruzioni d’uso e libretto di manutenzione;
(…)
b) siano curati la tenuta e l’aggiornamento del registro di controllo delle attrezzature di lavoro per cui lo stesso è previsto.
(…)
8. Fermo restando quanto stabilito al comma 4 il datore di lavoro provvede affinché:
a) le attrezzature di lavoro la cui sicurezza dipende dalle condizioni di installazione siano sottoposte ad un controllo iniziale (dopo l’installazione e prima di mettere in esercizio) ed a un controllo dopo ogni montaggio in un nuovo cantiere o in una nuova località di impianto, al fine di assicurarne l’installazione corretta e il buon funzionamento;
b) le attrezzature soggette ad influssi che possono provocare deterioramenti suscettibili di dare origine a situazioni pericolose devono essere sottoposte:
1) ad interventi di controllo periodici, secondo frequenze stabilite in base alle indicazioni fornite dai fabbricanti, ovvero dalle norme di buona tecnica, o in assenza di queste ultime, desumibili dai codici di buona prassi;
2) ad interventi di controllo straordinari al fine di garantire il mantenimento di buone condizioni di sicurezza, ogni volta che intervengano eventi eccezionali che possano avere conseguenze pregiudizievoli per la sicurezza delle attrezzature di lavoro, quali riparazioni trasformazioni, incidenti, fenomeni naturali o periodi prolungati di inattività.
c) Gli interventi di controllo di cui ai lettere a) e b) sono volti ad assicurare il buono stato di conservazione e l’efficienza a fini di sicurezza delle attrezzature di lavoro e devono essere effettuati da persona competente.
(…)
11. Oltre a quanto previsto dal comma 8, il datore di lavoro sottopone le attrezzature di lavoro riportate nell’ALLEGATO VII a verifiche periodiche volte a valutarne l’effettivo stato di conservazione e di efficienza ai fini di sicurezza, con la frequenza indicata nel medesimo ALLEGATO. Per la prima verifica il datore di lavoro si avvale dell’INAIL, che vi provvede nel termine di quarantacinque giorni dalla richiesta. Una volta decorso inutilmente il termine di quarantacinque giorni sopra indicato, il datore di lavoro può avvalersi, a propria scelta, di altri soggetti pubblici o privati abilitati secondo le modalità di cui al comma 13. Le successive verifiche sono effettuate su libera scelta del datore di lavoro dalle ASL o, ove ciò sia previsto con legge regionale, dall’ARPA, o da soggetti pubblici o privati abilitati che vi provvedono secondo le modalità di cui al comma 13. Per l’effettuazione delle verifiche l’INAIL può avvalersi del supporto di soggetti pubblici o privati abilitati. I verbali redatti all’esito delle verifiche di cui al presente comma devono essere conservati e tenuti a disposizione dell’organo di vigilanza. Le verifiche di cui al presente comma sono effettuate a titolo oneroso e le spese per la loro effettuazione sono poste a carico del datore di lavoro.
(…)
Con riferimento al punto a) del comma 8, il relatore indica che è dunque necessario “all’inizio di ogni turno, prima di utilizzare la macchina, prevedere un controllo pre-operativo ed una prova funzionale. Il controllo pre-operativo è un’ispezione visiva eseguita dall’operatore prima di ogni turno di lavoro”.
Vengono poi riportate due definizioni utili per comprendere l’articolo 71:
controlli: “monitoraggio continuo eseguito con procedure disposte dal Ddl, su attrezzature e dispositivi;
verifiche: attività svolte da soggetti pubblici e/o privati abilitati e disposti da regolamenti legislativi”.
E con riferimento al punto c) del comma 8, cosa si intende per “persona competente”?
Il relatore indica che la competenza “non è direttamente proporzionale alla quantità di conoscenze e di abilità che possediamo (né tantomeno ai titoli che ognuno di noi può ascrivere nel suo curriculum), quanto piuttosto alla capacità di saperli applicare e adattare alle varie situazioni e contesti”.
Cosa significa, ad esempio, avere la competenza di guida? Significa “conoscere il funzionamento della macchina, il codice della strada ed essere in possesso della patente per essere competente”? È in realtà una competenza “che comprende più conoscenze e capacità che vengono orchestrate contemporaneamente”.
Quindi, conclude il relatore, “saremo tanto più competenti … quanto più saremo capaci di adattare i nostri comportamenti e il nostro stile … alla varie situazioni in cui ci troviamo. In definitiva, le competenze si formano dall’integrazione tra molteplici risorse interne della persona, costituite in modo particolare da nozioni (sapere), da abilità (saper fare) ed anche da attitudini e caratteristiche personali (saper essere)”.
Infine l’intervento fa riferimento anche al DM 11 aprile 2011Disciplina delle modalità di effettuazione delle verifiche periodiche di cui all’All. VII del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81, nonché i criteri per l’abilitazione dei soggetti di cui all’articolo 71, comma 13, del medesimo decreto legislativo”. E si indica che il datore di lavoro che “mette in servizio, un’attrezzatura di lavoro fra quelle riportate nell’allegato VII del decreto legislativo n. 81/2008, ne dà immediata comunicazione all’INAIL per consentire la gestione della relativa banca dati. L’INAIL assegna all’attrezzatura un numero di matricola e lo comunica al datore di lavoro”. E si riportano alcuni estratti della Circolare ministeriale n. 23 del 13 agosto 2012.
Concludiamo l’articolo segnalando che l’intervento riporta, infine, alcune indicazioni pratiche per le procedure amministrative, con riferimento particolare alle modalità di trasmissione della documentazione.
Le attrezzature di sollevamento secondo il D.Lgs 81/08”, a cura dell’Ing. Angelo Romanelli (INAIL UOT di Bergamo), intervento al seminario “Verifiche periodiche delle attrezzature di sollevamento cose e persone: regime di controllo e criticità” (formato PDF, 3.76 MB).

Facendo strada: sicurezza nella manutenzione delle strade


Manuale operativo per la gestione e la manutenzione delle strade ai fini della tutela della sicurezza dei lavoratori.

 

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Con questo manuale Friuli Venezia Giulia Strade S.p.A. si rivolge in primo luogo alle sezioni dell’azienda direttamente operative sulla strada, fornendo un supporto a tutti coloro che effettuano quotidianamente interventi di manutenzione e che, per le specifiche caratteristiche del lavoro, si trovano ad operare in condizioni reputate particolarmente rischiose.
In secondo luogo, il documento fornisce un valido supporto anche a chi ricopre il ruolo di preposto e che ha il compito di verificare il corretto svolgimento delle attività.
L’azienda, preoccupandosi di garantire a tutti i dipendenti di operare in sicurezza, ha svolto uno studio per definire i migliori criteri operativi e le procedure di sicurezza da applicare nelle tipiche situazioni lavorative ed ha quindi provveduto a formare i lavoratori sull’applicazione di tali principi.
L’idea di realizzare ora un manuale illustrato di facile consultazione vuole essere di supporto ai lavoratori, con lo scopo principale di poterlo consultare agevolmente in qualsiasi momento in caso di dubbio. L’immediatezza dell’informazione deriva dall’ausilio delle immagini e dalle brevi spiegazioni delle operazioni che vanno svolte prima, durante e al termine di ogni lavorazione.
SOMMARIO
1 LA SOCIETÀ
2 INTRODUZIONE
2.1 Servizio di polizia stradale
2.2 Guida sicura
3 METODOLOGIA UTILIZZATA
4 I CANTIERI
4.1 Indicazioni generali per la scelta della segnaletica
4.2 Scelta della segnaletica in funzione del tipo di situazione
4.3 Scelta della segnaletica in funzione della distanza
4.4 Cantieri fissi
4.4.2 Gestione dei cantieri fissi
4.5 Cantieri mobili
5 PROCEDURE OPERATIVE ORDINARIE
5.1 Interventi con DECESPUGLIATORE E TAGLIAERBA
5.1.1 Caratteristiche dell’attrezzatura
5.1.2 Dispositivi di Protezione Individuale da utilizzare
5.1.3 Prima dell’attività
5.1.4 Durante l’attività
5.1.5 Dopo l’attività
5.2 Interventi con MOTOFALCIATRICE
5.2.1 Caratteristiche dell’attrezzatura
5.2.2 Dispositivi di Protezione Individuale da utilizzare
5.2.3 Prima dell’attività
5.2.4 Durante l’attività
5.2.5 Dopo l’attività
5.3 Interventi con la MOTOSEGA
5.3.1 L’attrezzatura
5.3.2 I Dispositivi di Protezione Individuale da utilizzare
5.3.3 Prima di iniziare
5.3.4 Durante l’attività
5.3.5 Dopo l’attività
5.4 SPARGIMENTO SALE con mezzi meccanici
5.4.1 Caratteristiche dei mezzi
5.4.2 Dispositivi di Protezione Individuale da utilizzare
5.4.3 Prima dell’attività
5.4.4 Durante l’attività
5.4.5 Dopo l’attività
5.5 SGOMBERO NEVE
5.5.1 Caratteristiche dei mezzi
5.5.2 Dispositivi di Protezione Individuale da utilizzare
5.5.3 Prima dell’attività
5.5.4 Durante l’attività
5.5.5 Dopo l’attività
6 PROCEDURE IN GALLERIA
6.1 Procedure ordinarie
6.1.1 Dispositivi di Protezione Individuale da utilizzare
6.1.2 Prima dell’attività
6.1.3 Durante l’attività
6.1.4 Alcune immagini delle attività
6.2 Operazioni in cabina elettrica per la galleria “FARA”
6.2.1 I soggetti interessati
6.2.2 Il quadro sinottico: visualizzazione stati e comandi
6.2.3 I comandi per i ventilatori
6.2.4 Sezionamento d’emergenza per cabine di trasformazione
6.2.5 Tacitazione allarmi e apertura manuale sbarre
6.3 Situazioni di emergenza e altre anomalie all’interno della galleria
6.3.1 Esempio di emergenza in galleria: un incidente stradale
7 SERVIZIO SORVEGLIANZA H24
7.1 Soggetti interessati
7.2 Squadra operativa, DPI e misure di sicurezza
7.3 Operazioni da compiere ad inizio turno
7.4 Uscita obbligatoria su itinerari alternativi
7.5 Anomalie di limitata entità sulla carreggiata
7.6 Anomalie di entità media o rilevante e/o in posizioni pericolose
7.7 Incidente stradale
7.8 Operazioni da compiere a fine turno
8 PROCEDURE DI EMERGENZA
8.1 Anomalie sulla carreggiata
8.2 Incidente stradale
9 ALLEGATI
9.1 ALLEGATO I – L’ORGANIZZAZIONE DELLA SICUREZZA
9.2 ALLEGATO II – RIFERIMENTI NORMATIVI E BIBLIOGRAFICI
9.3 ALLEGATO III – MEZZI e ATTREZZATURE
9.4 ALLEGATO IV – MODULISTICA
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D.Lgs. 81/2008: gli obblighi e le responsabilità dei lavoratori

Fonte:www.puntosicuro.it

 

Un saggio di Olympus si sofferma sugli obblighi di sicurezza e sull’evoluzione del quadro normativo in relazione alla posizione e responsabilità del lavoratore. L’individuazione di specifici obblighi e gli orientamenti giurisprudenziali.

Urbino, 28 Apr – Se nelle aziende il lavoratore è il soggetto da tutelare, ed è dunque titolare delle posizioni giuridiche attive correlate all’obbligo di sicurezza del datore di lavoro, “la rilevanza super-individuale del diritto alla salute come diritto fondamentale della persona, e dunque l’interesse pubblico-generale alla protezione del bene-salute, rendono il lavoratore allo stesso tempo anche soggetto passivo di specifici doveri, penalmente sanzionati, doveri di cui, correlativamente, il datore di lavoro ha il diritto (ma allo stesso tempo il dovere, in vigilando) di pretendere l’osservanza”.
A esprimersi in questi termini e a ragionare sull’intreccio di atti e comportamenti nel quale si “sovrappongono posizioni attive e passive” è un Working Paper dell’ Osservatorio per il monitoraggio permanente della legislazione e giurisprudenza sulla sicurezza del lavoro (Olympus) dal titolo “ Il quadro normativo dal Codice civile al Codice della sicurezza sul lavoro. Dalla Massima sicurezza (astrattamente) possibile alla Massima sicurezza ragionevolmente (concretamente) applicata?”. Si tratta di un breve saggio inserito sul sito di Olympus il 22 dicembre 2014 e a cura di Gaetano Natullo, professore associato di Diritto del lavoro nell’Università degli Studi del Sannio.
PuntoSicuro si è già soffermato in passato su questo interessante saggio che tratteggia l’evoluzione delle norme regolative della tutela della salute e della sicurezza sui luoghi di lavoro con riferimento al principio della Massima Sicurezza Tecnologicamente Possibile e allaripartizione e individuazione dell’obbligo di sicurezza.
E dopo aver parlato degli obblighi di datore di lavoro, dirigente e preposto non potevamo non soffermarci sull’evoluzione normativa degli obblighi, dei diritti e dei doveri di un’altra figura centrale: il lavoratore.
Il Prof. Natullo si sofferma in particolare sugli esiti dell’evoluzione normativa ed applicativa sotto un duplice versante:
a) “l’ambito soggettivo ed oggettivo (contenuti) delle tutele legislativamente consacrate;
b) l’incidenza dell’area ‘passiva’ della posizione soggettiva del lavoratore in relazione alla permanenza della posizione debitoria (obbligo di sicurezza) del datore di lavoro (e degli altri co-responsabili)”.
E si indica che la stessa nozione di “lavoratore” ai fini della sicurezza sul lavoro ha avuto una significativa evoluzione. Specialmente con l’emanazione del d.lgs. 81/2008 “si è esplicitata anche legislativamente l’esigenza che destinatario delle tutele (della salute) garantite dalle norme di prevenzione siano, oltre ai lavoratori subordinati in senso stretto (di cui alla nozione codicistica dell’art. 2094 c.c.) anche, in generale, tutti coloro che prestano la propria opera nell’ambiente di lavoro, a prescindere dalla natura giuridica del rapporto di lavoro, e finanche coloro che si trovino esposti ai rischi nell’ambiente di lavoro, pur in assenza di un vincolo lavorativo, ma comunque inseriti funzionalmente nell’ambito organizzativo aziendale”.
Ed infatti il D.Lgs. 81/2008 qualifica come “lavoratore” la ‘persona che, indipendentemente dalla tipologia contrattuale, svolge un’attività lavorativa nell’ambito dell’organizzazione di un datore di lavoro pubblico o privato, con o senza retribuzione, anche al solo fine di apprendere un mestiere, un’arte o un professione, esclusi gli addetti ai servizi domestici e familiari’, inoltre equiparando ai lavoratori, come destinatari delle tutele, anche altre categorie” (ad esempio: socio lavoratore, associato in partecipazione, tirocinante ex l. n. 196/1997, studenti ed allievi di corsi di formazione professionale, ecc.).
Inoltre l’evoluzione del quadro normativo ha “significativamente modificato i termini formali della posizione soggettiva del lavoratore”.
Già nel d.lgs. n. 626/1994, ed ulteriormente nel d.lgs. 81/2008, è stata consacrata normativamente la diretta responsabilizzazione dei lavoratori mediante la previsione di specifici obblighi, cui “è correlata una responsabilità (oltre che disciplinare sul piano del contratto di lavoro) anche penale. Il prestatore di lavoro (subordinato) è pertanto esplicitamente ritenuto (co)responsabile della tutela della salute sua e dei propri colleghi conformemente alla sua formazione, alle istruzioni e ai mezzi forniti dal datore di lavoro” (art. 20, comma 1, D.Lgs. 81/2008). Ed è destinatario di specifici obblighi, “funzionali a garantire la corretta collaborazione del lavoratore, necessaria per il buon esito dell’apparato di prevenzione predisposto dal datore di lavoro: nel senso che, se è quest’ultimo a dover apprestare le misure di prevenzione, fornire ai lavoratori i necessari dispositivi di protezione, formare i lavoratori sui rischi presenti e le misure per evitarli, ecc., il lavoratore da parte sua ha, tra gli altri, l’obbligo di eseguire correttamente e in maniera non pericolosa i compiti al lui assegnati, di utilizzare correttamente dispositivi e misure di prevenzione predisposte dal datore, di seguire i corsi di formazione specifici sulla sicurezza, di sottoporsi alle visite mediche di sorveglianza sanitaria, ecc”.
Il saggio indica tuttavia che, riguardo a questi aspetti innovativi, “la giurisprudenza è parsa piuttosto cauta, pur dando precisi segnali di sensibilità rispetto al nuovo dato normativo. Se infatti pare ancora intangibile il dogma della non escludibilità della responsabilità datoriale anche in caso di condotta del lavoratore non rispettosa dei doveri di legge, la nuova sensibilità del diritto vivente si avverte almeno sotto un duplice profilo:
a) L’accentuazione della responsabilità civile-contrattuale del lavoratore, più precisamente in termini di responsabilità disciplinare (anche se pure in questo caso con ripercussioni sulla posizione debitoria del datore di lavoro, a carico del quale il tradizionale ‘potere’ disciplinare si converte in ‘dovere’ disciplinare, quale ulteriore forma/dimostrazione di attuazione dell’obbligo di sicurezza);
b) La rilevanza della condotta negligente del lavoratore almeno in termini di attenuazione della ‘colpa’ datoriale concorso di colpa) e di parallela riduzione della sua responsabilità anche risarcitoria”.
E, conclude il Prof. Natullo, che per il futuro “non sono da escludere, tutto considerato, ulteriori sviluppi anche degli orientamenti giurisprudenziali, nel senso di una più accentuata valutazione del rapporto di proporzionalità inversa che può sussistere tra l’area dell’obbligo di prevenzione del datore di lavoro (e dei suoi collaboratori) e quella del lavoratore”.

DPI degli occhi e del viso: occhiali, maschere e schermi facciali

Fonte: www.puntosicuro.it

 

Informazioni sui dispositivi di protezione degli occhi e del viso tratte dal progetto “Impresa Sicura”. La tipologia dei dispositivi, i criteri di scelta, i rischi meccanici, gli occhiali di protezione e le indicazioni per chi usa lenti correttive.

Roma, 16 Apr – Nel mondo del lavoro gli occhi, come ricordato anche nell’allegato VIII del D. Lgs. 81/2008, devono essere preservati da una molteplicità di rischi. Ad esempio: rischi ottici (la luce naturale e artificiale o le sorgenti di radiazioni causano una gran parte delle lesioni agli occhi, in dipendenza della lunghezza d’onda);rischi meccanici (polvere a grana grossa e fine, particelle ad alta velocità, corpi incandescenti e metalli); rischi chimici (aerosol e aeriformi, spruzzi o gocce di soluzioni chimiche che possono penetrare nell’occhio, corrodere la retina e danneggiare la vista);rischi termici (il freddo può causare lacrimazione protratta, il calore può provocare infiammazioni o ustioni).

E la protezione dai rischi di proiezione legati alle lavorazioni meccaniche, all’utilizzo di sostanze chimiche e all’esposizione a radiazioni ottiche che “potrebbero danneggiare l’occhio stesso o alterare la visione si può ottenere con dispositivi diversi, anche in funzione alla necessità di proteggere il viso”.
A parlare in questi termini dei dispositivi di protezione degli occhi e del viso è il progetto multimediale Impresa Sicura – elaborato da EBER, EBAM, Regione Marche, Regione Emilia-Romagna e Inail – che è stato validato dalla Commissione Consultiva Permanente per la salute e la sicurezza come buona prassi nella seduta del 27 novembre 2013. Progetto che ha prodotto negli anni non solo diversi materiali relativi alla prevenzione in vari comparti lavorativi (metalmeccanica, cantieristica navale, lavorazione del legno, calzature, …), ma anche una raccolta dettagliata di informazioni sui Dispositivi di Protezione Individuale nel documento “ImpresaSicura_DPI”.
Il documento sottolinea che gli occhi vengono protetti mediante occhiali di protezione o protezioni da fissare sugli occhiali e la protezione del viso avviene per mezzo di visiere o schermi di protezione.
Queste dunque le tre principali tipologie di DPI:
occhiali di protezione: “sono formati dalla montatura, che deve posizionarsi in modo perfetto sul volto, e dalle lenti (UNI EN 166), la cui dimensione determina l’ampiezza del campo visivo. La presenza di ripari laterali evita la penetrazione laterale sia di sostanze che di radiazioni. In commercio si trovano occhiali di protezione con ripari laterali dotati di aperture per l’aerazione. Sia la montatura che le lenti devono mantenere le loro caratteristiche al variare della temperatura e dell’umidità (anche dovuta al sudore), e quindi devono essere costituiti con materiali non deformabile né infiammabile, e contemporaneamente non nocivi per la salute”;
maschere / occhiali a visiera: “fissate direttamente tramite bardatura al capo o al casco, le visiere proteggono non solo gli occhi ma tutto il volto dalle schegge, dalle sostanze chimiche o radiazioni, ma non forniscono protezione laterale. La finestra della visiera contiene lastre trasparenti, leggere, filtranti, facilmente sostituibili e regolabili”;
schermi / ripari facciali di protezione: “gli schermi di protezione sono generalmente fissati all’elmetto di protezione o ad altri dispositivi di sostegno, ma non sono completamente chiusi. Devono proteggere dalle schegge, dagli schizzi, dalle scintille, dal calore radiante e dalle sostanze chimiche e devono essere difficilmente infiammabili. Alcuni schermi hanno lastre di sicurezza trasparenti con azione filtrante. Una lamina posizionata nella parte interna dello schermo protegge dalle scariche elettrostatiche. Gli schermi a mano sono formati da una costruzione in materiale leggero con apertura per lastra scambiabile. Vengono tenuti con la mano e salvaguardano gli occhi, il viso e parti del collo da materiali scagliati, spruzzi e radiazioni. Le cappe, in diversi materiali, vengono impiegate insieme all’elmetto di protezione o altri dispositivi di supporto. A differenza degli schermi, sono praticamente chiuse, coprono anche la testa e nel caso le spalle e sono munite frontalmente di lastre di protezione trasparenti sollevabili, le quali, a seconda della loro efficacia protettiva, possono presentare anche azione filtrante”.
Nel documento è riportata un’utile tabella con i criteri di scelta che portano a preferire un dispositivo rispetto l’altro. In ogni caso nella scelta del tipo di protezione, con riferimento ai rischi correlati alla proiezione di corpi solidi, occorre tener conto anche dei seguenti elementi:
– “proiezione di corpi solidi a bassa energia: in questo caso gli occhiali a stanghetta sono da ritenersi idonei;
– proiezione di corpi solidi a media energia: in questo caso gli occhiali a maschera sono da ritenersi idonei;
– proiezione di corpi solidi ad alta energia: in questo caso gli schermi facciali sono da ritenersi idonei”.
Dopo aver riportato indicazioni normative (D.Lgs. 81/2008) e indicazioni relative alla marcatura per la resistenza meccanica, il documento pubblica un ampio prospetto che fornisce un breve sommario di alcuni tipi e fonti di pericolo nella protezione dell’occhio e del viso in ambito industriale, un prospetto che chiaramente non può tuttavia essere esaustivo dei rischi professionali.
Riportiamo a titolo esemplificativo alcuni rischi di natura meccanica:
– “proiezione di particelle metalliche: macchinario per la lavorazione del metallo, trucioli di saldatura, rivettatura, taglio di fili in metallo, molatura;
– proiezione di particelle di pietra o minerali: sabbiatura, lavorazione della pietra, scultura, molatura, trapanatura di rocce;
– proiezione di particelle legnose/fibrose: tornitura del legno, abbattimento degli alberi, rimozione della boscaglia;
– particelle grossolane sospese nell’aria: miscelazione del cemento, lavorazione della pietra, segatura del legno, sabbiatura orbitale, stoccaggio granaglie, macinatura della farina, estrazione e lavorazione del carbone;
– spruzzi/schizzi di metallo fuso: colate di metallo, scrematura del metallo, pressofusione, taglio con fiamma del metallo, brasatura;
– acqua ad alta pressione: taglio a getto d’acqua”.
I dispositivi di protezione sono generalmente composti “da un elemento portante (montatura occhiali, guscio schermi e maschere) e da lenti e lastrine sostituibili”.
In particolare gli occhiali devono essere:
– “robusti;
– esenti da bolle;
– resistenti agli urti”, alla combustione, alla corrosione (parti metalliche) e alla disinfezione e avere bassa conducibilità termica;
– privi di sporgenze o irregolarità, al fine di evitare danno, disagi agli utilizzatori;
– atossici, inodori e fisiologicamente inerti, tali da non causare irritazioni cutanee agli utilizzatori;
– regolabili in lunghezza;
– privi di effetti che deformano l’immagine, quindi la parte ottica deve non solo essere perfettamente alloggiata e rifinita, ma avere una trasparenza ottima, senza effetti di tipo astigmatico o sferico o prismatico”. E quest’ultima caratteristica – la “Classe ottica” – ha 3 livelli, “in cui la classe 1 è quella con minore deformazione e quindi il DPI è adatto per un uso prolungato mentre quando è di classe 3 (deformazione più accentuata) deve essere utilizzato per brevi periodi”.
Inoltre il tipo di oculare, cioè il vetro della lente, “potrebbe essere:
– organico termoplastico a base di carbonio (plastica);
– minerale a base di silice;
– organico termoindurente a base di resine sintetiche (infrangibile)”.
Si ricorda che le lenti (oculari) “possono essere classificate in base al tipo di filtrazione, specifici per ogni tipo di rischio e conformi ad altre EN, e possono essere anche correttive. Particolari rivestimenti superficiali possono conferire alle lenti stesse specifiche caratteristiche superficiali”. E ai lavoratori dovrebbe conoscere la differenza strutturale tra:
– “vetri di sicurezza (con resistenza alla rottura);
– vetri composti (in caso di rottura la parte rivolta verso l’occhio rimane intatta perché trattenuta da una pellicola di plastica);
– vetri temperati (in cui in caso di rottura i vetri si disperdono in piccolissimi pezzi non taglienti)”.
Il documento correlato al progetto Impresa Sicura riporta ulteriori indicazioni su moltissimi temi: simboli di resistenza meccanica agli impatti, classe ottica, protettori a rete degli occhi e del viso, ripari facciali, visiere ed elmetti ad elevate prestazioni, filtri solari ad uso industriale, ispezioni dei DPI prima dell’uso, manutenzione, equipaggiamento specifico per saldatura, marcatura per protettori dell’occhio per laser, protettori dell’occhio contro radiazioni laser, …
Concludiamo questa breve presentazione dei dispositivi di protezione degli occhi e del viso, riportando alcune indicazioni in merito all’utilizzo degli occhiali di protezione.
Il documento sottolinea comunque che prima di scegliere gli occhiali da indossare è indispensabile conoscere i rischi legati all’ambiente di lavoro, le condizioni ambientali e la mansione di colui che li indossa. In ogni caso il loro utilizzo “è comunque previsto in tutti i luoghi in cui vi è il rischio di proiezione di corpi solidi, liquidi o di radiazioni ottiche”.
Si segnala che “nell’utilizzo di questi DPI occorre porre attenzione a non rovinare la parte ottica appoggiando il dispositivo su superfici abrasive o acuminate. Gli occhiali con lenti rovinate o con montatura deformata devono essere cambiati al più presto”.
Diamo infine qualche indicazione per i portatori di occhiali da vista.
Si ricorda che “è possibile utilizzare dei sovraocchiali se la durata dell’utilizzo è limitata oppure montare lenti graduate su montature antinfortunistiche. Le lenti a contatto non dovrebbero essere usate in ambienti lavorativi polverosi, oppure in presenza di gas o vapori (se lenti morbide), e senza occhiali protettivi, in quanto gas e vapori possono condensarsi tra lente e occhi, causando danni permanenti all’occhio stesso. Negli ambienti molto caldi (saldatura, verniciatura) vi è il rischio che le lenti possano essiccare e aderire alla cornea. Si deve pertanto rendere nota la condizione di portatore di lenti a contatto al fine di far rimuovere le lenti in caso di personale incapacità o impossibilità o in emergenza”.
Il sito “ Impresa Sicura”: l’accesso via internet è gratuito e avviene tramite una registrazione al sito.

La psicologia e la cultura della sicurezza come strumenti di prevenzione

 

Fonte: www.puntosicuro.it

L’importanza della cultura della sicurezza: come diffonderla? Come svilupparla? Come aumentarne la percezione? Come misurare il clima di sicurezza? Riflessioni sulla “psicologia della sicurezza” a cura di Massimo Servadio.

La Cultura della sicurezza non può essere considerata un mero elenco di principi astratti, ma l’insieme dei processi organizzativi e delle pratiche professionali, delle norme scritte e delle convenzioni informali, dei linguaggi, dei modi di pensare, di percepire e di rappresentare il rischio in azienda.
 
La Cultura dovrebbe essere considerata un generatore di valore per l’impresa. Ma come si costruisce una solida cultura della sicurezza?
Per esempio, attraverso il passaggio dalla “comunicazione dei contenuti” alla “condivisione dei comportamenti” in campo della Sicurezza, anche attraverso:
– l’elaborazione di strategie di pensiero;
– il controllo dei comportamenti;
– lo sviluppo delle relazioni interne ed esterne.
 
Ma come si diffonde la Cultura della sicurezza?
Innanzitutto quando un’azienda, nei processi di governance passa dal mero adempimento alle Leggi, ad un approccio più ampio e condiviso verso il significato comune del lavorare in sicurezza, tenendo conto della produttività e contemporaneamente del benessere delle persone.
 
In primis, una delle credenze da “smontare” è quella dell’assioma SICUREZZA = GRANDI INVESTIMENTI ECONOMICI.
 
Spesso sono sufficienti importanti e mirati investimenti: ad esempio sull’ottimizzazione delle modalità gestionali, in particolare sui capi, sui coordinatori, sui ruoli di responsabilità e sulle relazioni tra i lavoratori.
 
Come sviluppare una Cultura della Sicurezza?
Appare quantomeno necessario:
– agire sui comportamenti;
– smontare le cattivi abitudini e favorire le buone prassi;
– stimolare la motivazione alla sicurezza.
 
Tutto questo anche attraverso:
– la formazione partecipata e periodica a tutti i livelli;
– il buon esempio dal punto di vista comportamentale, a partire dall’autorevolezza dei responsabili;
– una comunicazione formale ed informale coerente;
– un sistema efficace di premi e punizioni.
 
Ma soprattutto è necessario che dai livelli gerarchici superiori ci sia un’effettiva sensibilità alla tematica, un lavoro di prevenzione e di attenzione e la reale volontà di favorire il benessere dei propri collaboratori. La mancanza di queste premesse genera incoerenza tra il contenuto dei messaggi espressi nei corsi o dai dettami di legge ed il comportamento effettivo dei responsabili, incurante delle norme e dell’importanza della prevenzione.
Ovviamente l’incoerenza diventa la conferma, per i lavoratori, che l’interesse dell’azienda verso questo tema è basso, generando l’alibi a non occuparsene e indirizzando il comportamento verso le soluzioni più comode, non quelle più sicure.
 
Una ricerca (Cox e Cheyne, 2000), evidenzia come una misurazione del clima di Sicurezza possa dipendere da:
 
1. L’impegno del management;
 
2. La priorità che, nell’organizzazione, viene attribuita alla Sicurezza;
 
3. La comunicazione;
 
4. Le regole di Sicurezza;
 
5. Il supporto e l’incoraggiamento dell’ambiente sociale ai comportamenti sicuri;
 
6. Il coinvolgimento nella Sicurezza;
 
7. La priorità personale attribuita alla Sicurezza;
 
8. Le credenze e le percezioni circa il rischio;
 
9. L’ambiente di lavoro.
 
E’ ormai documentato che: la mera informazione non genera cambiamento nelle prospettive personali (così come in questo caso nella “ cultura della sicurezza”); l’applicazione di sanzioni disciplinari come atto legittimo per condannare chi sfugge dalla normativa (in questo caso che procura incidente) senza un investimento sulla cultura della sicurezza, è altrettanto non foriera di cambiamento e pertanto risulterà essere inadatta e non pertinente.
 
La percezione della cultura della sicurezza può essere ottenuta solo quando:
 
– i lavoratori ritengano la direzione aziendale credibile;
 
– le parole della politica di sicurezza siano vissute nella quotidianità;
 
– le misure retributive previste stimolano i dirigenti e i preposti a livelli soddisfacenti d’impegno;
 
– i lavoratori hanno un ruolo nella risoluzione dei problemi e nel prendere decisioni;
 
– vi è un alto grado di fiducia reciproca tra dirigenti e lavoratori;
 
– vi sono comunicazioni efficaci;
 
– i lavoratori ricevono un riconoscimento positivo per il loro lavoro.
 
Per aumentare la quota di assunzione della propria responsabilità, bisogna che l’organizzazione fornisca innanzitutto senso e significato all’agire lavorativo e quindi al:
 
– lavoro;
 
– alle mansioni;
 
– agli obiettivi e in generale a ciò che accade nella vita organizzativa.
 
L’appropriazione di un corretto concetto e modo di vivere la sicurezza da parte di tutti i lavoratori rappresenta l’obiettivo organizzativo a cui tendere.
 
In tal senso è necessario contrastare quelle convinzioni irrazionali che portano le persona ad unapercezione non corretta del rischio, anche attraverso interventi formativi centrati sul fattore umano, che favoriscano una presa di coscienza di questi meccanismi.
 
Massimo Servadio
Psicologo del Lavoro e delle Organizzazioni

Quaderni tecnici Inail: sistemi di protezione individuale dalle cadute

Fonte www.puntosicuro.it

Un quaderno tecnico per i cantieri temporanei o mobili è dedicato ai sistemi di protezione individuale dalle cadute. I sistemi di trattenuta, di posizionamento sul lavoro, di accesso su fune, di arresto caduta e di salvataggio.

 

Roma, 5 Nov – Quando vanno usati i sistemi di protezione individuale anticaduta nei cantieri temporanei o mobili? Vanno utilizzati “nei casi in cui, a seguito della valutazione dei rischi, le caratteristiche intrinseche dei luoghi di lavoro, le procedure di lavoro dell’azienda che effettua l’attività e l’adozione di dispositivi di protezione collettivi non permettono di ridurre a livello accettabile i rischi specifici”. Infatti solo in questi casi diventa “indispensabile adottare tali sistemi di protezione individuale dalle cadute che devono essere idonei allo scopo”.
 
A scriverlo e a soffermarsi nel dettaglio dell’uso dei DPI anticaduta in edilizia è un nuovoQuaderno Tecnico per i cantieri temporanei o mobili realizzato dal Dipartimento innovazioni tecnologiche e sicurezza degli impianti, prodotti e insediamenti antropici (DIT) dell’ Inail e a cura di Luca Rossi, Luigi Cortis, Francesca Maria Fabiani e Davide Geoffrey Svampa (DIT) con la collaborazione di Carlo Ratti e Calogero Vitale (DIT).
 
Il Quaderno tecnico “Sistemi di protezione individuale dalle cadute” sottolinea che i sistemi di protezione individuale dalle cadute – “un assemblaggio di componenti, destinati a proteggere il lavoratore contro le cadute dall’alto, comprendenti un’imbracatura ed un sistema di collegamento che deve essere collegato ad un punto di ancoraggio sicuro – vengono raggruppati secondo la UNI EN 363: 2008.
E comprendono diversi sistemi:
 
– sistema di trattenuta: è un “sistema di protezione individuale dalle cadute che evita le cadute dall’alto limitando lo spostamento del lavoratore”, cioè impedisce al lavoratore di raggiungere le zone dove esiste il rischio di caduta dall’alto. Il sistema ha le seguenti caratteristiche: “limita il movimento del lavoratore in modo che questi non possa raggiungere le zone dove potrebbe verificarsi una caduta dall’alto; non è destinato ad arrestare una caduta dall’alto; non è destinato a situazioni di lavoro in cui il lavoratore necessiti di essere sostenuto dal dispositivo di tenuta del corpo (es. evitare scivolamenti o cadute)”;
 
– sistema di posizionamento sul lavoro: è un “sistema di protezione individuale dalle cadute che permette alla persona di lavorare sostenuta, in tensione/trattenuta, in modo tale da evitare la caduta. Ha le seguenti caratteristiche: evita la caduta del lavoratore; permette al lavoratore di posizionarsi nel luogo di lavoro, sostenuto in tensione/trattenuta”. Il quaderno ricorda che “qualora esista il rischio di caduta dall’alto in aggiunta al sistema di posizionamento sul lavoro deve essere utilizzato un sistema di arresto caduta”;
 
– sistema di accesso su fune: è un “sistema di protezione individuale dalle cadute che permette al lavoratore di raggiungere e lasciare il luogo di lavoro in tensione o in sospensione, in modo tale da evitare o arrestare la caduta. Ha le seguenti caratteristiche: consente l’accesso al luogo di lavoro in tensione o in sospensione; evita o arresta la caduta del lavoratore; permette al lavoratore di muoversi tra posizioni più alte e più basse e può permettere lo spostamento laterale; utilizza un punto di attacco basso sull’imbracatura per il collegamento alla fune di lavoro; comprende una fune di lavoro e una fune di sicurezza che sono attaccate separatamente alla struttura” a punti di ancoraggio sicuri; “può essere utilizzato per il posizionamento sul lavoro dopo che è stato raggiunto il luogo di lavoro”;
 
– sistema di arresto caduta: è un “sistema di protezione individuale dalle cadute che arresta la caduta e limita la forza d’urto sul corpo del lavoratore durante l’arresto della caduta. Ha le seguenti caratteristiche: non evita la caduta; limita la lunghezza della caduta; permette al lavoratore di raggiungere zone o posizioni in cui esiste il rischio di caduta e, quando si verifica la caduta, l’arresta; fornisce la sospensione dopo l’arresto della caduta”;
 
– sistema di salvataggio: è un “sistema di protezione individuale dalle cadute per mezzo del quale una persona può salvare se stessa o altri e che evita la caduta. Ha le seguenti caratteristiche: evita la caduta sia della persona soccorsa sia del soccorritore durante l’operazione di salvataggio; permette di sollevare o abbassare la persona soccorsa in un posto sicuro”.
 
Nel documento, che vi invitiamo a visionare integralmente, sono riportati vari esempi e immagini esplicative dei vari sistemi di protezione.
 
Il quaderno ricorda inoltre che ogni sistema di protezione individuale dalle cadute deve riportare le seguenti indicazioni:
– marcatura CE;
– numero dell’organismo notificato;
– nome del fabbricante;
– nome del prodotto;
– modello e tipo;
– numero di serie o altro sistema di tracciabilità;
– norma di riferimento e anno.
 
Concludiamo questa breve presentazione riportando le risposte alle domande più frequenti(FAQ – Frequently asked questions), presenti sul quaderno, relative al tema dei sistemi di protezione individuale anticaduta.
 
D. Che cos’è un sistema di protezione individuale dalle cadute dall’alto?
R. È l’assemblaggio di componenti destinati a proteggere il lavoratore contro le cadute dall’alto, comprendente un dispositivo di presa del corpo e un sistema di collegamento, che deve essere collegato ad un punto di ancoraggio sicuro.
 
D. Un sistema di protezione individuale dalle cadute è un DPI?
R. Sì.
 
D. Un sistema di protezione individuale dalle cadute deve essere marcato CE?
R. Sì, in quanto esiste una direttiva di prodotto.
 
D. Quali sono gli elementi essenziali di un sistema di trattenuta?
R. Gli elementi essenziali sono due: il dispositivo di presa del corpo e il cordino.
 
D. Quali sono gli elementi essenziali di un sistema di posizionamento sul lavoro?
R. Gli elementi essenziali sono due: il dispositivo di presa del corpo (imbracatura) e il cordino di posizionamento sul lavoro.
 
D. Quali sono gli elementi essenziali di un sistema di accesso su fune?
R. Gli elementi essenziali sono quattro: il dispositivo di presa del corpo, la fune di lavoro, la fune di sicurezza, il bloccante/discensore.
 
D. Quali sono gli elementi essenziali di un sistema di arresto caduta?
R. Gli elementi essenziali sono tre: l’imbracatura, il cordino e l’assorbitore di energia.
 
D. Quali sono gli elementi essenziali di un sistema di salvataggio?
R. Gli elementi essenziali sono due: l’imbracatura e il dispositivo di discesa.
 
D. Che cos’è l’imbracatura?
R. È un supporto per il corpo, deputato a sostenere il corpo di una persona durante una caduta e dopo l’arresto della caduta.
 
D. Cosa comprende l’imbracatura?
R. L’imbracatura comprende cinghie, accessori, fibbie o altri elementi, disposti e assemblati opportunamente.
 
D. Quali caratteristiche deve possedere un’imbracatura?
R. Deve essere idonea all’utilizzo nei sistemi individuali per la protezione contro le cadute.
 
D. In che modo può essere dimostrata l’idoneità dell’imbracatura?
R. Un’imbracatura è idonea se è marcata CE.
 
D. Un’imbracatura per il solo posizionamento sul lavoro o una cintura con cosciali possono essere impiegate nei sistemi di arresto caduta?
R. No, non debbono essere impiegate come parte di sistema di arresto caduta, in quanto non progettate per tale scopo.
 
D. Esiste una posizione corretta che deve essere favorita dal sistema al termine della caduta?
R. Sì, al termine della caduta il lavoratore deve avere una posizione che gli consenta, se necessario, di attendere i soccorsi in sicurezza. Questa posizione è quella risultante da un angolo di sospensione intorno ai 50°, tra l’asse longitudinale del piano dorsale e la verticale.
 
D. Cosa comprende un sistema di collegamento?
R. Un sistema di collegamento comprende una serie di componenti connessi tra loro, ad esempio linea di ancoraggio (rigida o flessibile), cordino, assorbitore e connettori.
 
D. Che caratteristiche deve possedere un sistema di collegamento?
R. Un sistema di collegamento deve arrestare la caduta e far sì che l’energia cinetica accumulata dal corpo durante la caduta libera venga dissipata senza danno per il lavoratore; questa attitudine può essere migliorata con l’introduzione di un assorbitore di energia.
 
D. A cosa si deve far attenzione nella scelta del sistema di arresto caduta?
R. Al dislivello di caduta libera del lavoratore rispetto al piano di lavoro che deve essere il minore possibile e alla traiettoria prevista durante la caduta che deve essere tale da evitare impatti contro ostacoli.
 
D. La gru su carro può essere utilizzata come ancoraggio di un sistema di arresto caduta?
R. Sì, a patto che tutta la macchina sia marcata CE ai sensi del D.Lgs 475/92 oltre che, ovviamente, ai sensi della direttiva macchine. La gru su carro con tutti gli elementi della stessa (stabilizzatori, carro, braccio, elementi di attacco terminali, dispositivi elettrici di controllo), che vengono utilizzati durante il collegamento con il sistema, costituisce un sottosistema di collegamento da raccordare ad un punto di ancoraggio sicuro che può essere individuato, per esempio, nel terreno. In questo caso specifico tutta la macchina si configura anche come dispositivo di ancoraggio “provvisorio portatile” di classe B, ai sensi della norma UNI EN 795.
 
D. Il datore di lavoro in che modo può operare per garantire la corretta installazione di un sistema di arresto caduta?
R. Il datore di lavoro, sulla base delle norme d’uso fornite dal fabbricante, individua le condizioni in cui un DPI deve essere installato. Il personale che effettua il montaggio deve essere addestrato, in quanto i sistemi di arresto caduta sono DPI di terza categoria.
 
D. Il lavoratore che utilizza un sistema di protezione individuale dalle cadute deve avere particolari requisiti?
R. I sistemi di protezione dalle cadute vengono utilizzati come dispositivo di protezione individuale durante i lavori in quota. In relazione all’elevato rischio è obbligatorio che il loro uso sia riservato ai lavoratori, allo scopo incaricati, che abbiano ricevuto un’informazione, formazione e addestramento adeguati. Il processo di qualifica è interno all’azienda, visto che il datore di lavoro stabilisce le necessarie competenze.
 
D. Il lavoratore che effettua la manutenzione di un sistema di protezione individuale dalle cadute deve avere particolari requisiti?
R. I sistemi di protezione dalle cadute vengono utilizzati come dispositivo di protezione individuale durante i lavori in quota. Il datore di lavoro mantiene in efficienza i DPI e ne assicura le condizioni d’igiene mediante la manutenzione, le riparazioni e le sostituzioni necessarie e secondo le eventuali indicazioni fornite dal fabbricante. Tali operazioni devono essere riservate ai lavoratori, allo scopo incaricati, che abbiano ricevuto un’informazione, formazione e addestramento adeguati. Le indicazioni relative alla manutenzione del prodotto sono indicate dal fabbricante nel libretto di uso e manutenzione.
 
L’indice del documento:
 
1. Denominazione
2. Documenti di riferimento
3. Cosa sono
4. Destinazione d’uso
5. Classificazione
5.1 Sistema di trattenuta
5.2 Sistema di posizionamento sul lavoro
5.3 Sistema di accesso su fune
5.4 Sistema di arresto caduta
5.5 Sistema di salvataggio
6. Marcatura
7. Indicazioni essenziali per la scelta, il montaggio, l’uso e lo smontaggio
7.1 Scelta
7.2 Montaggio
7.3 Uso
7.4 Smontaggio
8. Indicazioni essenziali di manutenzione
9. FAQ (Frequently asked questions)
Riferimenti nel D.Lgs 81/08
 
 

Download Quaderno tecnico “ Sistemi di protezione individuale dalle cadute

Inail, Dipartimento innovazioni tecnologiche e sicurezza degli impianti, prodotti e insediamenti antropici, “ Sistemi di protezione individuale dalle cadute”, Quaderno Tecnico per i cantieri temporanei o mobili a cura di Luca Rossi, Luigi Cortis, Francesca Maria Fabiani e Davide Geoffrey Svampa (DIT) con la collaborazione di Carlo Ratti e Calogero Vitale (DIT), edizione 2014 (formato PDF, 2.89 MB).

Quaderni tecnici Inail: i ponteggi fissi

Fonte www.puntosicuro.it

Pubblicato dall’Inail un quaderno tecnico per i cantieri temporanei o mobili dedicato ai ponteggi fissi. La classificazione e la scelta dei ponteggi. Il contenuto del libretto a corredo del ponteggio e le risposte alle domande più frequenti.

 

Roma, 3 Nov – L’ Inail ha pubblicato diversi Quaderni Tecnici per i cantieri temporanei o mobili, brevi opuscoli che hanno l’obiettivo di accrescere il livello di sicurezza nei cantieri temporanei o mobili e migliorare le misure di prevenzione contro i rischi professionali fornendo informative basate su leggi, circolari, norme tecniche specifiche e linee guida.
In particolare i Quaderni sono rivolti a coloro che operano nell’ambito dei cantieri temporanei o mobili e rappresentano un “agile strumento sia per l’informazione e la formazione dei lavoratori sia per il miglioramento dell’organizzazione delle piccole e medie imprese”.
 
Il Quaderno tecnico su cui ci soffermiamo oggi è intitolato “Ponteggi fissi” ed è realizzato dal Dipartimento innovazioni tecnologiche e sicurezza degli impianti, prodotti e insediamenti antropici (DIT). In particolare l’opuscolo è a cura di Luca Rossi, Luigi Cortis, Francesca Maria Fabiani e Davide Geoffrey Svampa (DIT) con la collaborazione di Carlo Ratti e Calogero Vitale (DIT).
 
Il Quaderno Tecnico – che fa riferimento ad una linea di ricerca relativa alle “problematiche delle PMI dei cantieri temporanei o mobili riguardanti l’evoluzione legislativa e normativa connessa all’innovazione tecnologica” – ricorda che l’utilizzo dei ponteggi come opera provvisionale di servizio alla costruzione è ormai consolidato e diffuso. E i ponteggi possono essere impiegati anche come sistemi di protezione collettiva per i lavoratori che effettuano attività in copertura “a condizione che, per ogni singola realizzazione e a seguito di una adeguata valutazione dei rischi, venga eseguito uno specifico progetto del ponteggio”.
Quali sono i ponteggi preferibili?
Il documento segnala che nell’ambito delle tipologie di ponteggio presenti sul mercato “sono da preferire i modelli con telaio parapetto con montaggio dal basso. Essi vengono montati dal piano inferiore e garantiscono la massima sicurezza quando il lavoratore sale al livello superiore riducendo drasticamente la possibilità di caduta dall’alto dello stesso durante la fase di montaggio e smontaggio”.
 
I ponteggi fissi  – continua l’opuscolo – sono dunque utilizzati nella realizzazione di lavori edili e di ingegneria civile “nei quali c’è il rischio di caduta dall’alto e cioè nei lavori in quota (attività lavorative che espongono il lavoratore al rischio di caduta da una quota posta ad altezza superiore a 2 m rispetto a un piano stabile)” e vengono classificati in tre classi di carico secondo le circolari ministeriali (Circolari Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale 85/78, 44/90 e 132/91). Inoltre la norma UNI EN 12811-1: 2004 introduce altre tre classi di carico oltre a quelle indicate nelle suddette circolari, per un totale di sei classi di carico.
Indicativamente “la classe di carico di un ponteggio fisso indica l’entità del carico di servizio che deve essere considerata sugli impalcati dello stesso ai fini delle verifiche di progetto”. In particolare il libretto a corredo del ponteggio “indica le Condizioni massime di carico di servizio cioè l’entità del carico e il numero di impalcati da caricare”.
 
Nel documento, che vi invitiamo a visionare integralmente, sono presenti tabelle con la classificazione secondo le circolari ministeriali ed esempi relativi alle “condizioni limiti di impiego e istruzioni per tutti gli schemi tipo”.
 
Dopo aver ricordato che gli elementi dei ponteggi “debbono riportare impresso il marchio del fabbricante, a rilievo o a incisione e comunque in modo visibile e indelebile”, si affronta anche il tema delle indicazioni essenziali per la scelta, il montaggio, l’uso e lo smontaggio.
 
Scelta, montaggio, uso e smontaggio devono essere sempre eseguiti nel pieno rispetto del D.Lgs 81/08 e del libretto a corredo di ogni ponteggio.
Si ricorda che il libretto contiene:
– “copia dell’autorizzazione alla costruzione e all’impiego rilasciata al fabbricante dal Ministero del Lavoro;
– stralcio della relazione tecnica del ponteggio comprendente: calcolo secondo varie condizioni di impiego; istruzioni per le prove di carico; istruzioni per il montaggio, l’impiego e lo smontaggio; schemi-tipo per i quali non sussiste l’obbligo di calcoli ulteriori da parte della ditta installatrice, con l’indicazione dei massimi sovraccarichi applicabili, dell’altezza e della larghezza massime realizzabili”.
 
Si sottolinea poi che qualora il ponteggio “debba essere realizzato secondo schemi geometrici diversi da quelli tipo e/o sollecitato con carichi differenti da quelli previsti nel calcolo (anche in relazione alla presenza di tabelloni pubblicitari, graticci, teli o altre schermature e alla differente posizione degli ancoraggi), deve essere previsto un nuovo progetto secondo le istruzioni approvate nell’autorizzazione e riportate nel libretto”.
Un immagine nel documento riporta i “requisiti principali dimensionali dei ponteggi fissi non in legno stabiliti dal D.Lgs 81/08”.
 
Come scegliere il ponteggio?
La scelta del ponteggio relativo ad una specifica realizzazione dipende chiaramente “dai rischi da eliminare e/o ridurre, preventivamente individuati nell’attività di valutazione dei rischi.  Essa deve essere effettuata in relazione alla tipologia di lavorazione da fare (manutenzione o costruzione) e alla complessità, all’estensione e alla geometria dell’opera da servire. Il ponteggio, di conseguenza, verrà scelto in base alle classi di carico, alla tipologia degli elementi costruttivi costituenti lo stesso e a tutti i requisiti geometrici e prestazionali riportati nel libretto d’uso e manutenzione”.
 
Rimandando ad altro articolo l’approfondimento degli aspetti relativi all’uso, al montaggio e smontaggio dei ponteggi fissi, riprendiamo, per concludere, una selezione di alcune risposte a “domande poste frequentemente” (Frequently Asked Questions, FAQ).
 
D. Un ponteggio fisso, per essere commercializzato in Italia, di che cosa ha bisogno?
R. Un ponteggio fisso deve essere autorizzato ai sensi dell’art. 131 del D.Lgs 81/08 e s.m.i..
 
D. Un ponteggio, per essere commercializzato in Italia, deve essere marcato UNI EN 12810 e UNI EN 12811?
R. Non necessariamente. L’unico obbligo attualmente vigente in Italia è l’autorizzazione ministeriale.
 
D. Un ponteggio fisso deve essere marcato CE?
R. No, in quanto non esiste una direttiva di prodotto.
 
D. Un ponteggio fisso commercializzato in Italia deve possedere altra marcatura?
R. Si, il marchio del fabbricante, ai sensi dell’art. 135 del D. Lgs 81/08 e s.m.i., impresso a rilievo o a incisione e comunque in modo visibile e indelebile.
 
D. Un ponteggio fisso è un dispositivo di protezione collettiva contro le cadute dall’alto?
R. Il ponteggio è un’opera provvisionale di accesso e di servizio e, nello stesso tempo, è anche un dispositivo di protezione collettiva qualora possegga i requisiti dimensionali e le caratteristiche di resistenza adeguate per tener conto delle particolarità della superficie di lavoro, delle azioni trasmesse dai lavoratori in caso di appoggio, caduta, scivolamento, rotolamento o urto contro lo stesso.
 
D. Un ponteggio può essere utilizzato come dispositivo di protezione collettiva contro le cadute dall’alto per i lavoratori che svolgono la loro attività sulle coperture e quindi non necessariamente sull’ultimo impalcato del ponteggio?
R. Si, purchè per ogni singola realizzazione e a seguito di adeguata valutazione dei rischi venga eseguito uno specifico progetto del ponteggio firmato da ingegnere o architetto abilitato (Circolare Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali n. 29/2010).
 
D. Oltre che alla presenza dell’autorizzazione e al progetto a cosa bisogna prestare la massima attenzione prima di installare un ponteggio?
R. Alla struttura alla quale viene fissato il ponteggio, al sistema di ancoraggio e alla superficie di appoggio.
 

Download Quaderno tecnico “ Ponteggi fissi

Inail, Dipartimento innovazioni tecnologiche e sicurezza degli impianti, prodotti e insediamenti antropici, “ Ponteggi fissi”, Quaderno Tecnico per i cantieri temporanei o mobili a cura di Luca Rossi, Luigi Cortis, Francesca Maria Fabiani e Davide Geoffrey Svampa (DIT) con la collaborazione di Carlo Ratti e Calogero Vitale (DIT), edizione 2014 (formato PDF, 5.36 MB).